Venerdi 24 novembre 2017 17:46

Brexit: la Gran Bretagna è fuori dall’Unione europea, hanno vinto gli euroscettici. Adesso cosa accadrà?




"Britain should remain or leave in the European Union?" (Il Regno Unito deve rimanere o uscire dall'Unione Europea?) a questo secco quesito il 52% degli inglesi ha scelto il "leave" dall'Ue al referendum sulla Brexit decretando l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa dopo 43 anni. Il referendum per cui il 71.8% degli inglesi si è recato alle urne per votare fu deciso nel 2013 dal primo ministro David Cameron, quando il suo partito conservatore era sotto pressione per la crescente popolarità dell'Ukip, che vinse le elezioni europee l'anno successivo. Cameron all'epoca promise il referendum ai sostenitori euroscettici del suo partito, lo stesso dell'ex sindaco di Londra, Boris Johnson, uno dei più accesi sostenitori della Brexit, dichiarando: «votate per i conservatori alle elezioni politiche del 2015 e nel giro di due anni faremo un referendum sull''in-out', dopo una rinegoziazione della posizione di Londra nella Ue». Un appello che gli fece vincere le elezioni nel maggio del 2015. E così la promessa è stata mantenuta con l’indizione del voto che ha visto la vittoria degli euroscettici e della Brexit essendosi i cittadini britannici espressi a favore dell’uscita dall’Unione europea. EFFETTI SUI MERCATI FINANZIARI - Sulla Gran Bretagna, dunque, sorge un nuovo sole e con essa sull'intera Europa anche se per quest'ultima si può parlare più di un'alba d'incognite. Drammatica, infatti, è la reazione dei mercati e delle borse: dopo l'euforia seguita al primo opinion poll che aveva dato "remain" al 52%, la sterlina è piombata ai minimi storici sul dollaro dopo una discesa a precipizio peggiore di quella del Venerdì Nero del 1992. La moneta inglese ha accusato il colpo, ampliando le perdite sul dollaro a 1,33. Alle 09:30 di questa mattina, l'indice generale del listino di Piazza Affari, il Ftse Mib, ha perso il 4,76 per cento ma soltanto la metà dei titoli sono riusciti a fare prezzo, perché i cali teorici sono superiori alla banda d'oscillazione prevista per permette l'apertura delle negoziazioni. Panico, anche, nelle borse asiatiche e a picco i futures sul mercato di Londra. A far tremare le borse è il timore di una frenata dell'economia: rispetto all'incremento dell'1,7 per cento registrato nel 2015 nell'area dell'euro, con la Brexit le previsioni sono ora di una crescita dell'1,5 per cento nel 2016 e dell'1 per cento nel 2017. Poi c'è il timore che vadano sotto stress i Paesi con un debito più elevato, come Italia e Portogallo, con gli spread sui tassi di finanziamento del debito pubblico che potrebbero tornare a salire. Un problema per le banche italiane, che avendo i portafogli d'investimento imbottiti di Btp, verrebbero percepite più a rischio. EFFETTO DOMINO - Infine, ma non per grado d'importanza, c'è la paura di un contagio politico, che potrebbe spingere gli investitori a mettere in conto per il futuro ulteriori referendum “stay or leave” in altri Paesi. Il primo segnale arriva dall'Olanda dove Geert Wilders, il leader degli euroscettici olandesi, esultando su twitter, ha prefigurato una Nexit dopo la Brexit, scrivendo: «Hurrah per i britannici. Ora è il nostro turno. È tempo per un referendum olandese». Anche dalla Francia arriva la reazione della leader del Front National, Marine Le Pen che in tweet ha scritto: «Vittoria della libertà! Come chiedo da anni ora serve lo stesso referendum in Francia e nei Paesi dell'Ue». Dall'Italia, poi, arriva la gioia di Matteo Salvini: «Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. Grazie UK, ora tocca a noi». Entusiasmo è stato espresso anche oltremanica da Donald Trump, candidato repubblicano alla Casa Bianca, dichiarando: «È una grande notizia che i britannici si siano ripresi il loro Paese». L'USCITA DALL'UE E' IMMEDIATA?  - Ma adesso che la Gran Bretagna è uscita dall'Ue cosa accadrà realmente? Sono in tanti gli europeisti e non a chiederselo. Innanzitutto bisogna stabilire che l'uscita del Regno Unito non è immediata. Essa richiede un processo lungo e complesso, di almeno due anni dal momento in cui verrà fatto scattare l'articolo di "addio" (articolo 50 del Trattato di Lisbona) che sancisce "Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo". Dopodiché Regno Unito ed Unione Europea dovrebbero iniziare a rinegoziare gli accordi che regolano i loro futuri rapporti commerciali. L’articolo stabilisce un limite di tempo di due anni per questo processo, e in questo lasso di tempo il paese che vuole uscire dovrà continuare a rispettare i regolamenti europei, senza però partecipare al processo decisionale dell’Unione. In sostanza, Londra continuerà a essere membro a tutti gli effetti dell'Ue, quindi a votare e prendere decisioni, ma sarà esclusa da quelle sulla "Brexit" e i parlamentari britannici diventeranno di fatto "osservatori". Tuttavia, il problema è che queste trattative rischiano di richiedere molto più dei due anni previsti dal trattato. Canada ed Unione Europea, per esempio, stanno trattando da oltre sette anni per stabilire un nuovo accordo commerciale e il risultato dei negoziati deve ancora essere ratificato. Tutto, dunque, dovrà essere rinegoziato per i nuovi rapporti, che potrebbero essere improntati a quelli dei Paesi Efta come Norvegia e Islanda: dagli accordi commerciali ai programmi di ricerca e per le pmi, dall'Erasmus alle norme di conformità dei prodotti. Le discussioni potrebbero andare in parallelo a quelle per l'exit, ma difficilmente si potrebbero chiudere in due anni. Senza contare il "phasing out" dei programmi Ue in corso, e l'annosa questione dei funzionari e dei traduttori britannici Ue. D'altro canto, bisogna anche considerate che il risultato del referendum non è vincolante e che Londra potrebbe adottare una tattica diversa, ossia non notificando ufficialmente ai partner dell’Ue l’intenzione del governo britannico di recedere dall’Unione, ma comunicando solo, informalmente, il risultato del referendum. In questo modo manterrebbe un maggiore potere negoziale, non sarebbe sottoposta alla spada di Damocle del termine di due anni, e potrebbe continuare le trattative a oltranza, mantenendo ancora tutti i diritti di uno stato membro. Ma sarebbe quanto meno bizzarro andare contro la volontà popolare. © Riproduzione riservata