Giovedi 17 agosto 2017 21:16

Le Variazioni Enigmatiche di Schmitt, quando il Teatro non è imitazione
Al Teatro Il Primo va in scena l’impossibilità dell’amore: “Tutto inutile, io restavo io e lei restava lei. Eravamo due per sempre”.




Al Teatro il Primo di Napoli è andata in scena quella che alcuni definiscono l’opera più complessa di Eric Schmitt. Quando Diderot nel Paradosso dell’attore qualifica quest’ultimo non come imitatore passivo della realtà ma come creatore, comprendiamo subito che la razionalità sottesa al processo creativo ha a che fare con l’immaginario: “L’attore scivola in un fantasma”. Laureatosi con una tesi su Diderot e la metafisica, Eric Schmitt non poteva evitare di far trapelare questo assunto fondamentale all’interno della sua drammaturgia.  Le variazioni enigmatiche (1955) sono un intricato tessuto psico-dialogico che porta alla luce quest’idea: “La letteratura non balbetta l’esistenza, l’inventa”.

Da sinistra verso destra: Mario Troise e Gianni Caputo

Da sinistra verso destra: Mario Troise e Gianni Caputo

Un giornalista e uno scrittore premio Nobel a confronto, due uomini che – almeno inizialmente – polarizzano due individualità distanti per carattere e interpretazione dell’esistenza: l’uno, Erik Larsen, incarna la fiducia e l’amore razionale, il culto della quotidianità; l’altro, Abel Znorko, è il genio folle che ripudia la normale rappresentazione delle cose, e fugge in un oltre irreale e artico, un paesino al Polo Nord dove si dedicherà quasi esclusivamente alla scrittura e al suo amore passionale e inventato. “Voi giornalisti siete diventati dei minorati della fantasia. Io creo, non riferisco notizie” dirà Abel all’altro, costantemente insultandolo. L’incredibile impalcatura di scherno che Schmitt costruisce tra le due figure impegna un divertentissimo sarcasmo (facili e piacevoli le risate che suscita) nell’impresa di legare disunendo. È soprattutto attraverso il cinismo spudorato di Abel e la sua “scomoda verità” imbastita di menzogne che l’autore travolge lo spettatore confondendolo in un gioco d’identità che si sveleranno soltanto alla fine.

Due caratteri, due stili di vita, quindi, che si rifletteranno anche in una diversa interpretazione dell’Amore: mentre l’uno definisce l’amore come “una degenerazione inventata da chi si è stancato del sesso” e ripudia la quotidianità come cimitero dell’amore; l’altro crede che proprio nella quotidianità ci sia l’amore come intimità, come atto di coraggio di chi sa riconoscere i suoi limiti e si accetta nella dimensione limitata dell’essere uomo. Le variazioni enigmatiche di Eric Schmitt al Teatro il Primo

Lo scrittore ama la sofferenza dell’amore, il suo astenersi l’istante prima di perdersi, ha vissuto 5 mesi intensi con la donna amata e ha conosciuto l’orrore del possesso, la corsa frenetica dei baci e delle carezze, la carezza che “contiene un dolore”, il dolore di chi non potrà mai possedere veramente, crediamo ci avvicini all’Altro e invece ci separa: “Tutto inutile, io restavo io e lei restava lei. Eravamo due per sempre”. Amare è voler possedere l’Altro, diceva Sartre. L’Altro però ti sfugge irrimediabilmente, è il paradosso dell’esistenza, è il paradosso dell’attore. Ma non è solo l’Altro che non riusciamo a raggiungere. È chiaro nel testo di Schmitt che l’impossibilità di raggiungere l’Altro da sé è solo l’espressione esteriore dell’impossibilità di raggiungere persino se stessi. Lo si evince da subito, fin dalle battute iniziali. Chi è lei? Sono Erik Larsen. “Quando s’interroga su se stesso le basta questa risposta?” Gli chiederà lo scrittore. Il nome è una toppa cucita maldestramente su un vuoto ontologico. Non solo “non sappiamo chi amiamo, non lo sapremo mai”, ma ancor di più non sappiamo chi siamo. Ecco perché “siamo condannati ad esprimere qualcosa”. Sempre Sartre diceva che non possiamo fare niente senza giocare ad essere e il paragone lo faceva proprio con l’attore. L’uomo recita costantemente una parte, una parte che si sceglie ogni giorno. Tutto questo ha tremendamente a che fare con la scrittura. “Io sono un falsario – dirà Abel – io fornisco artifici, fantasie” e l’Amore da lui creato attraverso la relazione epistolare con la donna amata diventa un surrogato dell’eterno, uno schiaffo all’irraggiungibile. L’amore crea il tempo, lo distende. L’amore, come la scrittura, è “un culto inventato dall’uomo per risparmiarsi la fatica di vivere”. La risposta al dramma del dualismo sarebbe quindi nella creazione e immaginazione, immaginario anzi.

La rappresentazione di un testo del genere non poteva, quindi, prescindere dal mettere su scena il dualismo per poi stravolgerlo totalmente. Perfetta è stata la scelta scenografica di porre in risalto le differenze dei due protagonisti con due tonalità secche ma uniformi. Perfetta la povertà scenica, pochi oggetti ma simbolici. Perfetta la prossemica che – come confermato da una breve chiacchierata con il giovane ma esperto regista Aniello Mallardo – è stata studiata e ristudiata, con una grandissima attenzione e devozione, per mettere in risalto attraverso la staticità di un personaggio e il dinamismo dell’altro la differente dimensione caratteriale, ribaltata e confusa egregiamente nel corso della rappresentazione. Se, infatti, nella prima parte è Abel – interpretato dall’ipnotico Mario Troise - a incarnare l’ossessione convulsa, quel cinico e psicotico muoversi sulla scena, mentre Erik – grazie alla maestria di Gianni Caputo – affida il movimento dei sentimenti alle sole orbite degli occhi; nella seconda parte, invece, soprattutto nel finale, sarà Erik a circuire Abel, a metterlo al muro, con le parole, rivelandosi più ardito, più strategico e meno ordinario di quanto si credesse. Bravissimi entrambi gli attori nel rendere vera la finzione senza cadere nell’intoppo di dimenticare la finzione stessa: essa è lì, pronta a ricordarci che siamo nell’essere altro, nel raccontarci altro, nell’inventarci altro. Si impara dai testi di Schmitt che niente è soltanto come appare; il drammaturgo, che ha raccontato la storia di Gesù attraverso gli occhi di Pilato, insegna costantemente a vedere le cose da una prospettiva diversa. Così, anche quei caratteri che sembravano solidificati, nel grigiore della monotonia uno, e nei colpi di rivoltella l’altro, si sgretolano e ricompongono sulla scena, tante volte quante la melodia ispirazione del titolo: le Enigma Variations di Edward Elgar, variazioni su una melodia che non si riesce a individuare, enigmatica e inafferrabile, come l’Io, come l’Altro. Alla fine però quella dualità si compone, Abel prenderà i due sgabelli e li unirà, si siederà al centro di essi per darvi la sua soluzione dell’enigma esistenziale.

Si esce dal teatro consapevoli che l’Arte, proprio come l’Amore, fa questo: dilunga l’esistenza, l’inventa, la traveste, non si limita ad imitare ma fa di tutto per aggiungere. Si esce dal teatro come bisognerebbe avere l’ardire di uscire dalla vita: arricchiti nella riflessione e divertiti nell’animo.

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