Venerdi 22 settembre 2017 06:27

Congiunzioni e rimarginature, la Poesia che sconfigge il solipsismo




   

“Io sono qui, al centro della linea immaginaria della vita, e allungo una mano verso i miei predecessori per poter sostenere meglio il transito dei miei discendenti.”

 

Congiunzioni e RimarginatureCongiunzioni e rimarginature di Giuseppe Vetromile è la poesia che si fa ricamo di alterità, che nella dimensione ontologica di definire l’essenza dell’uomo fa gioco di specchi e scopre (riflettendo-il-riflesso e riflettendo-sul-riflesso) quanto l’Uomo sia essere-per-altro o, come diceva Lowith, “Essere con altro in reciprocità”.

La raccolta, edita da Scuderi Editrice, si divide in tre momenti: il primo, in cui Vetromile racimola il suono aleggiante nel cielo del clarino del padre, della sua voce, del suo ultimo respiro, per comporli in versi di una bellezza straziante; il secondo è quello di un poeta dallo sguardo tacito che osserva dolcemente la madre, nella distanza dell’essere di lei già oltre, pur essendo ancora con i piedi incastrati nel tempo: “Ma io so che ama i sogni e il paradiso / Dice infatti raccontandomi le sue visioni: / io tranquilla aspetto qui che si riapra / quella finestra nella camera da letto”; il terzo momento è quello che il poeta dedica a se stesso: “Ed io tra di loro mi riconfermo atomo di terra / dissipato tra le nuvole”.

Prosegue l’attenzione verticale di Vetromile, sfondo avvolgente della sua poetica impastata di terra e cielo, un perpetuo ascendere e crollare, rovinare al suolo e tendere nuovamente le braccia in alto, che trova la sua corrispondenza orizzontale in una accorata genealogia del prima e del dopo: la madre, il padre, persino figli e nipoti, oltre che se stesso ovviamente, rientrano tutti in un infinito rapporto di congiunzione e rimarginatura, di nascita, morte e rinascita; è come se la linea verticale terra-cielo disegnasse un’ipotenusa ricongiungendosi all’orizzonte del tempo: “Ai miei figli, ai miei nipoti / e a quelli che da me avranno cominciato” e “allungo una mano verso i miei predecessori per poter sostenere meglio il transito dei miei discendenti”. Tutto, dalla dedica alle parole estrapolate da una piccola introduzione al testo, concorre a motivare il senso dell’opera, rinsaldandolo con versi carichi di angoscia e speranza, l’ambivalenza vissuta che rende Vetromile Poeta: “Siamo solo forme in cammino / rimarginati dalla voce dei nostri padri / noi come ferite aperte alla morte / forse un giorno rivivremo”.

La triplice figura, padre-madre-figlio, va a simboleggiare così anche la dimensione ekstatica della temporalità: passato, presente e futuro sono, nel loro essere irrevocabilmente differenti, profondamente connessi, capaci di tramutarsi con un colpo di ciglia in altro, così come il figlio che ha nei suoi “possibili” anche quello di divenire padre. Mentre però il futuro diventerà, per forza di cose, il passato (e via dicendo), un figlio non diventa per forza di cose un padre. In questo la grande natura non-essenziale della paternità. Motivo per cui la filosofia ha tanto taciuto sulla figura del padre, come giustamente evidenzia Walter Fratticci in un interessante saggio intitolato “Il filosofo e il padre: le ragioni di un silenzio”:

Il fatto è che l'uomo, prima di essere l'adulto che dispone delle cose nell'autorità del suo imperio, è il bambino che volge confidente lo sguardo verso il genitore che lo nutre e lo protegge. E così nel padre io trovo il fondamento a me estraneo della mia presenza, la memoria vivente del mio esser creaturale, la denuncia della impossibile esaustività ed assolutezza del mio essere; ma anche la radice essenziale e la forza sorgiva dell'apertura verso l'altro, che mi costituisce dal profondo persona, ovvero essere in relazione comunicativa. Dipendente da altri, io trovo nell'altro il termine di una relazione che mi impegna, ed alla quale io non posso rinunciare senza rinunciare al mio essere. Essere padre -- ma anche, per lo stesso motivo, essere madre -- appartiene perciò alla più intima costituzione dell'essere umano, che è essere in relazione, persona, rimando essenziale ad altri.

Ed è proprio questo il motivo che caratterizza la scelta poetica di Vetromile: la paternità, da un lato, evidenzia come l’essere umano sia sempre “oltre” se stesso, negli altri e per gli altri; dall’altro, rimarca come quest’essere per gli altri e negli altri sia essenziale ma non “necessario”, un “dono” che si realizza ogni volta, quasi per magia: “Non capisco la tua mezza storia / tornato così all’improvviso dalle nuvole / come un angelo di pietra / il vecchio clarino sullo sfondo / hai rimosso l’ombra dal piedistallo / e ti sei reincarnato sulla mia pagina”.

Il padre e la madre fungono per Vetromile da contraltare di fiducia, illusione e sogno, in opposizione alla propria ansia di finitudine: “Dovevo dirlo a mio padre prima che andasse via per sempre / dissolto nella polvere del pianeta / che non c’è confine certo oltre la stanza / (…) che la vita è angustio spazio da riempire”. Se il padre -  “Pure, / non so, padre, quale forza ammiccava / nel tuo occhio settantenne, consumato / da visioni di perpetui arrangiamenti, / che cosa dava l’ultimo vigore / ai tuoi passi verso una speranza disperata / (…) e non potevi trovare barlumi di risposte / se non nel nucleo del tuo cuore religioso” – e la madre – “l’unica fanciulla che guarda in alto” vero quei “cieli aperti ad apparizioni angeliche / che da novant’anni e passa nutrono / il suo sogno silenzioso” – sono figure imponenti, ritratti di speranza, una fantasia forse ben riposta, forse chimera; dall’altra parte del tempo c’è lui, Vetromile, il figlio. E sono infinite le preoccupazioni, le ansie di mortalità, con il nulla che avanza e rischia di portarsi nella notte anche loro, di rapirne il ricordo e fugare ogni possibilità di nuovo incontro.

Gli orizzonti possono essere “bugiardi e impietosi”, Vetromile lo sa e, nel prepararsi “a percorrere una lunga strada / fino ad una possibile congiunzione / con l’eterno”, aspetta sempre un probabile tradimento, la voce improvvisa, giunta all’ultimo minuto a dirgli che non raggiungerà mai il cielo, che è dunque “uno che si prolunga invano”. Allora la sua poesia diventa preghiera, invocazione cosciente: “O Signore, se Tu veramente sei l’alfa di ogni cosa, / anche di queste squattrinate molecole di padre, / ti prego di riunirmi a loro”. Ma è un Dio che non si vede, “mai visto pur stando / di notte / sul tetto a trasalire”, ed è questo che decreta il momentaneo “appiattimento” al pavimento della propria casa, al proprio pianerottolo nel senso di scegliersi solo terrestre; eppure, anche questa fase viene superata nella consapevolezza del terrore che la prima morte spalancherebbe: “Crollerò alla prima morte condominiale / sbalordito sul pianerottolo e incredulo / che si possa così facilmente attraversare / l’abbaino”. Ma è proprio dall’atterrirsi che scaturisce la nuova energia: “è la forza che mi viene dalla disperazione” dice Vetromile.

“Porto addosso la mia nullità terrena / che si sgretola liberando arie divine – forse - / verso un olocausto di speranza”.  Quel forse incorniciato è, allora, la parola chiave di tutto il testo, l’appiglio invisibile e velleitario che regge tutto il peso della vita, del passato del presente e del futuro, dei padri delle madri e dei figli, tutte le congiunzioni e le rimarginature affidate a un indeciso, instabile, ignoto e sublime forse.

La poesia di Vetromile, ancora una volta, è emozione che si rinnova a ogni verso, come una paternità che va di parola in parola e, nel finire e rinascere del senso, si scuote, percuote e crea. Parte dal proprio vissuto, dalla sua cornice familiare, dipingendo con penna metafisica i particolari più stretti al corpo della propria madre e del proprio padre, per giungere così, con quegli aggettivi che erano i loro, e diventano i nostri, a renderci partecipi, emotivamente compromessi, venuti al mondo anche noi, da loro e con lui. Non bisogna, perciò, pensare che il parlare di Vetromile della propria vita, dei propri genitori, dei privati sentimenti, sia qualcosa di distante, troppo personale per poter colpire anche noi; quella di Vetromile è poesia che celebra l'universalità dell'intimità nell'atto di confessare come ogni intimità sia connessa a quella dell'Altro.

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