Domenica 20 agosto 2017 17:20

Il cielo stellato di Villa Bruno al San Giorgio Teatro Festival




Si ricreda chi dice che la filosofia è noiosa! Il testo firmato da Amedeo Messina e dedicato a uno dei filosofi più importanti mai esistiti, Immanuel Kant, riesce a coniugare perfettamente la profondità dell’impresa con quell’ironia che rende giocoso il teatro, lieve come la serata trascorsa venerdì 11, presso la sala Autiero di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano, per il San Giorgio Teatro Festival; la rassegna ha così ospitato una tappa dell’itinerante viaggio de Il teatro cerca casa che ha saputo inventarsi nuovi modi di fare teatro a Napoli per niente snaturando la sua essenza ma riportandola alle origini.  

Si chiama "Il cielo stellato. Omaggio ad Immanuel Kant" e vede come impertinente e audace protagonista Lampe, maggiordomo nella casa di Kant per oltre vent’anni, un’esperienza che gli fa dire con un certo orgoglio “a stu filosofo o saccie sule ij” e “ij e a filosofia stamme accussì”. Una vicinanza distanza che risulta essere la vera tematica dell’opera, una rappresentazione tutta incentrata sui racconti di vita del servo che si tramutano via via in vere e proprie personificazioni, imitazioni del filosofo che, grazie alla lunga schiera di aneddoti che lo riguardano, arriva allo spettatore con piacevolezza e riso, anche a chi già ne aveva sentito parlare. Ecco allora che la puntualità incredibile del filosofo, l’immagine dei cittadini di Königsberg che regolano gli orologi al suo passare, anche se solo evocata, è matrice di risate; ancor di più grazie alla gestualità di Carpentieri che ingaggia con il proprio corpo una sfida alla mimesi della mimesi. A lui si deve, tra l’altro, l’ambientazione e l’impeccabile regia.

Quello che viene alla luce da questo spettacolo, lo ribadiamo, è soprattutto il rapporto tra i due, tra l’uomo comune e il filosofo, che risultano essere interscambiabili nonostante l’estrema lontananza. Lontananza evidenziata ad esempio dalla querelle sull’esperienza come matrice di idee: mentre Lampe vede il viaggio, l’esperienza, la conoscenza di usi e costumi di popoli differenti come il solo modo per imparare la vita (“Che si può imparare stando sempre nello stesso posto?”), la posizione di Kant (nota a chi ha letto qualche suo libro) è quella di chi crede che sia tutto già nella mente umana (“Io possiedo tutti i miei strumenti dentro la mia testa”). Bellissimo il duello inscenato tra le due menti, con quelle ombre che nell’essere raccontate si vedono danzare nell’immaginazione. Concorre ad aumentare l’effetto quasi onirico della rappresentazione uno scenario del tutto eccezionale che vede gli spettatori seduti al loro posto, circondati da tre mura, e il palco aperto sotto le stelle, con la chiesa che spicca in alto a destra e le mura di Villa Bruno che diventano pareti dell’appartamento kantiano ammobiliato di un tavolo imbandito e una sedia.

A proposito di tavolo imbandito, oltre all’identificazione e scissione dei due protagonisti, altra tematica di rilievo dell’opera è lo sguardo che essa offre di Kant, uno sguardo che – per dirla con Amedeo Messina – ci autorizza, anzi spinge, a “immaginare una critica della ragion domestica”. Certo, non si dimentica per questo di citare alcuni dei momenti salienti del pensiero kantiano, come quello dell’illuminismo, dell’uscita dallo stato di minorità, ma anche quelli vengono iscritti in un binario di teatralità che li riveste di una patina particolare riuscendo finalmente a far vedere l’umanità del pensatore, la sua carnalità, il suo quotidiano, quel vissuto che traspare soprattutto nella demenza, nella “crisi del pensiero”, in una senilità vittima del tempo.

Bellissimo l’uso del linguaggio, con il dialetto napoletano che viene identificato magicamente con la lingua del popolo, il dialetto di Königsberg, con Renato Carpentieri che ogni tanto si propone di tradurre in un “tedesco” (che in verità è l’italiano) la sua chiacchiera continua.

Un solo attore sulla scena, dunque, ma che da solo riesce a produrre sempre continua vivacità, con cambi di voce e ritmo, dal profondo e lento tono kantiano a quello squillante ed energico del servo.  La naturalezza di Carpentieri che viene fuori anche quando, ingannato forse della memoria, confonde una parola con un’altra, piccolissimi errori che però sembrano – nel fluire – far parte del testo stesso, quasi che fossero dovuti all’incespicare stesso del vecchio Lampe.

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