Mercoledi 13 dicembre 2017 08:22

Il momento che separa, la Poesia come eterna rinascita




“Nella crisi si sceglie, con la poesia si ricomincia” queste le parole che Carla de Falco usa per introdurre la sua nuova silloge intitolata Il momento che separa (Montag Edizioni) che sarà presentato venerdì 3 luglio, alle ore 17.45, presso la Sala consiliare Silvia Ruotolo. Interverranno, insieme all'Autrice, il consigliere della V Municipalità del Comune di Napoli, Enrico Von Arx e il Presidente dell'Associazione culturale Habeas Corpus, Umberto Schioppo, promotori dell'evento. A moderare Costanzo Ioni, con l'intervento critico della prof.ssa Adriana Oliviero e le letture dell'attore Gianni Caputo e Angela Iannuzzi.

Partendo dall’etimologia della parola “crisi”, dal greco krino che vuol dire “separo”, la poetessa evidenzia come, dunque, la crisi sia un “momento che separa un modo di essere da un altro”, “non necessariamente negativo” aggiunge. Cosa ci vuole dire con questo e come si collega questa riflessione con la silloge che stiamo presentando? Prima di perdermi nella riflessione semiotica, vorrei dire qualche parole sul linguaggio poetico della de Falco. Siamo dinanzi a una poetica che assume l’acqua, e in particolare il mare, come suo elemento naturale. Il mare ritorna a più riprese in questo testo che, comunque, è intessuto in generale di natura, di elementi concreti e astratti al medesimo tempo: tanto concreti da trattenere la poesia nel limite dell’orizzonte umano, tanto astratti da innalzarla oltre una temporalità specifica (al di là di alcuni brevi richiami). Ora parla al plurale, ora al singolare, ora in terza persona. Alcuni versi hanno la forza descrittiva del vero e la poesia del bello come quei “volti rugosi di noci” o come quei vecchi, “eroi d’avorio”, che hanno “imparato a scivolare lenti”. Il momento che separa è perciò, soprattutto, poesia bella e riuscita perché scompone e ricompone la vita nell’intreccio di particolare e universale sotto il segno della metafora.

Vediamo il senso. L’opera si divide in due parti: “esuli, migranti, precari ed alienati” e “dell’agire poetico ed altri errori d’amore”. Già da questa suddivisione si capiscono molte cose del testo, poi confermate alla lettura. Perché gli esuli, gli alienati, sono i protagonisti di questo testo? La prima separazione che l’uomo incontra è quella tra il sé e l’Altro da sé: “C’è una muta alterità / tra il senso che intendo / e l’incanto che fa vibrare te, fin dentro”. La poetessa però sa bene che la condizione di esilio, di vagabondaggio, non è additabile soltanto a questo e quel popolo, è una condizione esistenziale. L’uomo sperimenta fin da subito l’alterità rispetto all’altro, rispetto al mondo, e persino rispetto a se stesso: “Nessuna bandiera all’orizzonte / il piede vacilla senza terra”. Ogni essere umano vive e soffre questa distanza, è perennemente in procinto di cadere; De Martino disse che la crisi è parte integrante dell’essere uomo. Non nasco dunque sono ma sono dunque nasco, la rinascita costante, il superare continuo della crisi, questo identifica l’uomo: “Da sempre il mestiere più duro, / di nuovo sgorgare, / ricominciare”. In questo ricominciare, in questo andare oltre la crisi, nella crisi, attraverso il momento che separa, il compito difficile di essere uomo raffigurato dall’infrangersi dell’onda sugli scogli, un frantumarsi che si rigenera l’onda superato il contrasto: “e mi frantumo, onda contro lo scoglio”. Un’operazione metaforica che la poetessa ripeterà più volte nel corso dell’opera. Ed è infatti quella per il mare “la strada giusta” che la de Falco indica per vincere una continua sconfitta: “stanchi tutti di avere perso sempre”.

Che ogni uomo si trovasse dinanzi la completa assurdità dell’esistenza, l’impossibilità di trovare un senso, un’unità, una risoluzione pacifica al conflitto, alle distanze (“Tra la certezza di affanno e sofferenza / e la minaccia di perdite  e abbandoni” si legge nella silloge), che l’uomo fosse straniero persino a se stesso, lo aveva detto in forma letteraria e filosofica Albert Camus in “Straniero” e soprattutto in “La morte di Sisifo”. Ecco perché non mi ha stupito che la de Falco citasse una mitologia tanto cara all’autore francese: “Ricomponiamo perdite e abbandoni / come Sisifo che scala la montagna / Incatenati tutti alla speranza / che la centrifuga abbia decoro di una danza”. Sisifo che scala la montagna e poi la discende con la consapevolezza che dovrà ripetere sempre il medesimo gesto, quell’eroe incarnava per Camus l’atteggiamento autentico di fronte la realtà, l’assurdo. L’assurdo è per Camus nel legame che l’uomo intesse con il mondo: “è la ragione lucida che accetta i propri limiti […] è il divorzio fra lo spirito che desidera e il mondo che delude” . Ragione lucida, la medesima che dimostra la De Falco quando affida alla poesia questi versi: “l’esistenza è vuota trivella / che voluttuosa al vento va e s’avvita, /di rado si ferma nella brezza”. L’instabilità continua che la poetessa rintraccia nelle cose (“Imparare da estranei necessari / che oggi è solo un futuro ieri /che non siamo padroni di niente”) è accompagnata da un’accettazione matura: “Nella stanza modesta dei miei quarant’anni / getto via come una pietra a fondo / l’ingannevole attesa di rose senza pena”. Se “il mondo non la smette di finire”, allora è “illusione” un “sereno che duri senza strappi”. Ecco, quindi, che la sola risposta è essere continuamente “rinascita”, “ripresa”, sgorgando ogni volta dalla crisi.

Carla de Falco affida questa risposta alla Poesia, la sola capace di intessere esistenza dai vuoti, dalle distanze: “resisto fino a che esisto / e scrivo silenzi nello spazio bianco. / tutto scorre, il poeta è re”.

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