Venerdi 20 ottobre 2017 05:20

Chimere, la transessualità si veste di giallo




  “Ma io credo ca pe’ sta’ bbuono a stu munno o tutte ll’uommene avarrianno ’a essere femmene o tutt’ ’e ffemmene avarriano ’a essere uommene o nun ce avarriano ’a essere né uommene né femmene pe’ ffa’ tutta na vita cuieta... …e haggio ritto bbuono!” (Roberto De Simone, La gatta cenerentola, 1977)

Un saggio molto interessante di Edoarda Lentini individua tra i motivi di successo del giallo contemporaneo la rottura dell’ordine e della sicurezza del quotidiano innestata dal delitto. Secondo la Lentini nella nostra routine di ogni giorno tendiamo a mascherare il conflitto: il problema sarebbe dunque sedimentato sotto la maschera del sociale. Per questa ragione, scrivendo Chimere, Annavera Viva non poteva trovare protagonista e tematica più idonea al giallo contemporaneo che quella della transessualità: proprio la transessualità, come maschera che accentua per nascondere e nasconde per rivelare, rappresenta uno di quegli scogli contro i quali il vissuto ordinario dell’uomo si scontra: “Era una zona popolata da persone perbene, quella. Certe cose preferivano pensare che non esistessero, o che almeno appartenessero a un mondo così lontano da non poterne essere sfiorati. Quella propaggine pericolosamente vicina faceva vacillare tutte le loro sicurezze”. Quando il protagonista Antonio, detto Brunella, si allontana dalla Sanità e si reca nella Napoli “bene”, l’effetto è proprio quello di un eccesso che fa storcere il naso, non perché dettato dall’inconsapevolezza o dalla mancata conoscenza, piuttosto perché “certe cose” siamo colpevolmente abituati a gettarle più in fondo possibile, nascoste e non accentuate dal trucco: “Ipocriti dalle vite malate e dagli animi bui che, assisi sul pulpito del loro finto perbenismo, sentenziavano su chi ritenevano inferiore solo perché non era stato in grado di costruirsi una facciata altrettanto finta”. Questa antitesi tra la Napoli bene e l’altra parte del mondo si esprime perfettamente nel quartiere scelto dal palcoscenico: la Sanità. Proprio come il transessuale, l’abitante della Sanità e il quartiere stesso vivono la medesima emarginazione: “qua è come stare su un’isola. La Sanità, pure se sta al centro della città, è come se c’avesse il mare intorno. Quel ponte che ci hanno fatto passare da sopra sa che significa? Significa che non ci volevano parte della città, significa”. E sì, la Sanità è un altro mondo, così come è un altro mondo quello della transessualità: così diverso da mettere paura e affascinare insieme, così sfaccettato da essere perfetta materia onde plasmare l’intrigo.

 “Lion la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco” (Iliade, VI, 223-225)

E per rappresentare la transessualità quale scelta poteva essere più appropriata di quella del mito? E quale figura mitologica poteva essere più indicata della Chimera? La tremenda creatura tricefala, figlia di Tifone ed Echidna, è stata oggetto di svariate interpretazioni: chi l’ha interpretata come somma di vizi, la violenza del leone, la perfidia del serpente e la lussuria della capra contro le virtù di Bellerofonte; chi, invece, come nel caso degli alchimisti medievali, come un incrocio di antitesi:  il leone a indicare  il coraggio, l’estate e il sole, il serpente a indicare il male, l’oscurità e l’inverno, mentre la testa di capra (parte focale) era la transizione. La chimera simboleggia perfettamente quel vivere la transizione senza poterla superare mai, essere il cambiamento stesso. Annavera lo sa bene e per questo cosparge il testo di frasi-paradigma come “in bilico tra due mondi ed estraneo a entrambi”, e soprattutto come “chimere sconosciute, esseri mostruosi e bellissimi, mosaici variopinti, di cui non riusciva a riconoscere i singoli tasselli, stregato com’era dalla seducente visione d’insieme”.

Quel “miscuglio di sessi” viene raccontato senza tralasciare assolutamente la differenza che Oakley individuò tra “sesso” come differenza biologica e “genere” come questione culturale. Essere uomini non è avere un sesso maschile, così come essere donne non è avere un sesso femminile. Per questo Brunella resterà sempre Antonio (in tutto il libro il transessuale viene sempre indicato con il pronome maschile). A tal proposito è molto indicata la scelta di inserire un'altra transessualità, quella di Gegè Esposito, per tutti Carolina, per contrapporla a quella del protagonista, per mostrare come in ciò che potrebbe apparire simile si celano in verità differenti sfumature di senso: Carolina si sente donna, è donna anche se il suo corpo le dice altro, Carolina vuole diventare donna a tutti i costi, pur sapendo che questo probabilmente le dischiuderà ogni possibilità di fare affari: “Lei era una donna, lo era sempre stata. E quel corpo un errore. Doveva correggerlo. Anche se tutti i suoi colleghi le avevano detto che una volta operata sarebbe valsa meno di una puttana. Gli uomini che andavano coi femminelli lo facevano proprio per trovare il regalo, nascosto sotto le morbide curve di una donna (…) No, mia cara, quelli con te ci vengono perché il tuo corpo è un alibi. Con te non tengono bisogno di confessarsi che sono ricchioni”.

L’ambiguità incontra un’altra grande tematica all’interno del testo: quella del destino. Il fatto di poter intraprendere determinate strade, la libertà delle possibilità cozza inevitabilmente contro le situazioni e le circostanze che rinchiudono i protagonisti dentro le loro vite tanto che la morte diventa rappresentativa di questo stato raggelante: “Aveva smesso di attendere, tutto si era compiuto (…) La sua intera vita, scolpita nella roccia del passato, sarebbe rimasta immutabile fin nei dettagli, per sempre”.

Se da un lato ci sono il prete Raffaele e il suo antagonista don Peppino, il boss, due fratelli tanto simili di carattere (come avevamo già visto in “Questioni di sangue”) eppur così distanti nel risultato raggiunto (dall’uno all’altro capo della moralità); d’altra parte, Brunella rappresenta, invece, l’essere bifronte al centro tra i due. Mentre Peppino mostra qualche barlume di bontà e luce e Raffaele qualche eccesso di tracotanza e accenno di illecito, Brunella resta fedele a quella coscienza granitica di sé: “Non lo so cos’è per me, Giovanni. Non posso permettermi questa domanda, e non posso permettermi delle risposte.” Antonio alias Brunella “aveva capito che la sua immaginazione si rifiutava di sperare invano”, che “il lieto fine certe vite non lo prevedono”. Tutto questo produce chiaramente un annientamento del futuro come possibilità e un accentuarsi del tempo passato che – non a caso – condiziona tutta la storia, come se l’avesse già decisa.

Il giallo che, per eccellenza, è indagine del compiuto, trova quindi la sua piacevole e intrigante dimora in una storia che, con sapore a tratti naturalistico, a tratti esistenzialistico, inventa il passato.

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