Venerdi 15 dicembre 2017 03:39

L’Amour Fou tra Yves Saint-Laurent e Pierre Bergé
"L’amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano" Rilke




Noel Cobb nel testo “Maestri per l’anima” evidenziava il rapporto della solitudine con l’arte e il lavoro: «La padronanza esige solitudine. (…) via via che il lavoro assume il suo vero significato, l’artista chiude la porta alla società ed entra nel santuario del suo studio ad ascoltarvi i comandi dell’anima e a lottare con la grande opera.»

Direste mai che tutto questo ha a che fare con la fama e l’amore? Testimoniereste mai, mano sul fuoco, che quelle parole rispecchiano la vita di uno dei più grandi stilisti esistiti, Yves Saint-Laurent, e del suo compagno di vita e lavoro Pierre Bergé?

Nel teatro-garage di Nando Paone, la Sala Molière di Pozzuoli, va in scena l’Amour Fou di Marco Sgamato, con Gianni Caputo nel ruolo di Pierre Bergé e con Roberta Astuti, Claudio Cacciaglia, Simona Perrella e Maria Chiara Vigoriti.

Il regista ha dichiarato di essere stato rapito da Lettere a Yves Saint-Laurent (2012), il libricino contenente le lettere scritte da Bergé al compianto amante dopo la sua morte. L’idea della pièce teatrale sarebbe nata quindi da quello spunto letterario e, in particolare, dalla prima frase dell’opera, una citazione di Plinio il Giovane: «Ho perduto il testimone della mia vita, temo che ormai vivrò con minor cura di me stesso».  E proprio dalla morte ha inizio una messa in scena originale e semplice al tempo stesso. Se l’ingresso in teatro, accompagnato dalla processione funeraria degli attori (tutto ha inizio infatti dal discorso di Bergé al funerale di Yves), introduce lo spettatore in una fruizione estetica che abbatte le distanze scomponendo lo spazio; la povertà scenografica, invece, riflette una scelta minimale dettata dalla volontà di sottolineare l’aspetto emozionale a discapito delle cose. Non a caso, tema principe dell’opera è l’asta di 733 pezzi d’arte che i due amanti collezionarono durante la loro vita e di cui Bergé si volle liberare sottolineando la mancanza d’anima degli oggetti. Sulla stessa linea l’ambientazione nell’amatissima casa di Marrakech, durante il trasloco e quindi nella pochezza dell’arredamento.

Cinquant’anni insieme, un amore pazzo, un amore la cui sessualità era il filo rosso della storia, degli anni che si susseguirono tra i grandi successi e la profonda disperazione: prima l’alcool, poi la cocaina, infine i problemi con il cibo, e ancora i tentativi di suicidio di Yves. Bergé fu per l’amato protezione da se stesso: “Avrei dovuto insegnarti a non avere bisogno di me” gli dice, ma non lo crede veramente.  Difatti, la sua assenza è subìta al punto da richiedere la presenza dell’amato anche dopo la sua morte come destinatario di un epistolario senza risposta.

Gianni Caputo è Pierre Borgé in L'Amour Fou di Marco Sgamato

Splendida la scelta registica di far interagire Bergé con il morto e i ricordi del passato attraverso il tramezzo di tre pannelli dinamici, la cui trasparenza permette di vedere oltre il muro che distingue la vita dall’altrove, il presente dal passato. Le ombre su tela, i veli e il fumo, corredano la magistrale interpretazione di Gianni Caputo che riesce, in un dialogo senza risposta, a rappresentare perfettamente il soliloquio dell’amore. Trafiggono lo spettatore le emozioni di Bergé che l’attore fa susseguire sulla scena: dalla nostalgia alla rabbia, dal rimpianto al rimorso, passando attraverso la disperazione e l’euforia della fama.

E in mezzo a tutto questo, il lavoro, il rigore e la scrupolosità di Yves che Bergé decanta: “Non credo ai geni pacifici che attendono l’ispirazione, quelli veri sono martiri”. La necessità del dolore, quindi, come ossigeno dell’arte e, allo stesso tempo, sua conseguenza. E il corpo e la mente che, come sempre, rispondono a tutto questo, inventandosi abitudini e generando malattie: “C’è chi è paranoico e claustrofobico, noi eravamo collezionisti”.

In generale, la sessualità, “mai nascosta né esibita”, parlava al mondo del loro vivere normale; nello specifico, l’omosessualità, come ricerca di se stesso nell’altro, gettava in campo il paradigma esistenziale della solitudine. Le “nozze con la solitudine” sono portate delicatamente in scena, con un Bergé che mette in piazza quel rapporto di verità e recitazione che era il loro amore: “Tutti quelli che ti circondavano, io per primo, recitavamo”. Ma è una recitazione che sa di verità: “Averti inventato tutto e tutto era vero”. “La verità appartiene a coloro che la conoscono, gli altri hanno il diritto di avere quella che si sono inventati”, è forse una delle frasi più emblematiche di Bergé. Un’altra delle grandi verità con le quali la rappresentazione ti colpisce al cuore è questa: “Cercare l’altro è cercare se stessi, fare la pace con se stessi”.

Dunque, la dedizione al lavoro, l’amore come ricerca di sé e solitudine. Sembra quasi di leggere Rilke nelle lettere alla moglie Clara:

“Ciascuno di noi deve trovare nel suo lavoro il nucleo centrale della propria vita e da lì riuscire a espandersi in ogni direzione il più possibile. E durante questo, nessun’altra persona dovrebbe guardarlo… nemmeno lui stesso. (…). Credo che sia questo il compito maggiore di un legame fra due persone: che ciascuno sia a guardia della solitudine dell’altro. Perché, se è nella natura dell’indifferenza e della folla non apprezzare la solitudine, l’amore e l’amicizia ci sono proprio allo scopo di offrire continuamente la possibilità di solitudine. E sono vere condivisioni soltanto quelle che interrompono periodicamente periodi di profondo isolamento… (…)

L’amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano”.

Domenica 19 Novembre ore 18,30
Teatro Sala Molière
presso Art Garage
Parco Bognar 21, 80078 Pozzuoli (Na)
E' consigliata la prenotazione al numero: 0813031395.
Costo biglietto: 10 euro.

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