Venerdi 17 novembre 2017 20:09

Wallace a teatro, quegli Schifosi esseri umani, troppo umani




Brevi interviste con uomini schifosi, il titolo della raccolta di racconti di David Foster Wallace a cui è liberamente ispirato Schifosi – l’orchestra vuota di Rosario Sparno. Nathan Eller ha scritto di Wallace: “Wallace era lo scrittore del ventunesimo secolo che insegnava ai lettori a sentire, lo scrittore che insegnava come era possibile vivere umanamente senza per questo dover tradire una educazione pesantemente critica”. In questo, a mio avviso, tutta la portata della rappresentazione teatrale di Sparno e Iervolino che si apre con l’attore che ciondola il capo dietro una lavagna, con il corpo nascosto che lo rende simile a una marionetta, quindi meno uomo.

Quelli messi in scena sono i personaggi di una famiglia: la madre (la sola di cui si racconta, la sola non interpretata), il padre e il figlio che poi diventerà a sua volta marito e padre. Cosa c’è di “schifosamente” diverso in loro? Nonostante, in alcuni momenti, vengano descritti come “psicotici”, “folli”, sono in verità il ritratto di una quotidianità strappata alla sua finzione di normalità, di benessere. La messa-in-scena è quella di una realtà stanca di tendere a un ideale positivo, una realtà che addirittura sconfessa l’assoluta negatività del male: “Bisogna stare attenti a non avere un atteggiamento stereotipato sulla violenza. Chi siamo noi per dire che subire una violenza, alla lunga, non possa avere anche effetti positivi?”. Elucubrazioni scioccanti, un’idea che non appoggia la violenza, non la sceglie, eppure le riconosce una incredibile forza sul vissuto esistenziale, la possibilità di arricchirti, di farti capire chi sei: “Sono capaci di trattarti come una cosa” e allora tocca a te sceglierti uomo. Il grande acume intellettuale di Wallace misto alla forza sensoriale di queste storie, di questi personaggi. Impatto emozionale che va dal tragico al comico, dalla risata al disgusto, dal disprezzo alla compassione. Tutto magistralmente interpretato da Luca Iervolino.

Ben consapevole dell’urgenza di portare sul palco la narrazione, il regista e autore fa dell’unico attore in scena, eclettico e in ogni parte brillante, il tramite attraverso cui dividere la rappresentazione in parti: è lui che scrive su una lavagna prologo ed epilogo, è lui che sposta gli elementi di scena ed è sempre lui che, davanti agli occhi del pubblico, si cambia d’abito, si sveste e riveste di una identità. Il tutto aiutato da un impeccabile sinergia con musica e luci, a cura di Massimo Cordovani e Riccardo Cominotto. Le voci fuori campo, le canzoni, i rumori bruschi e forti, i cambi fulminei di luce, fanno da volta pagina perfetto tra una storia e l’altra o, meglio, da una prospettiva e l’altra della stessa storia. Eccellente, ad esempio, il cambio scena realizzato con l’ausilio di una coperta rossa quasi fosse un mini sipario che prima nasconde l’attore e poi lo fa riapparire, a bruciapelo, in altra postura, in altro recitato. Ben fatte anche le investiture di luce al recitato dei personaggi, ritagliati nel buio.

Schifosi – l’orchestra vuota, l'opera portata in scena al Nuovo Teatro Sanità, il 17, 18 e 19 aprile, è la prima produzione indipendente della compagnia Bottega Bombardini che ha come “manifesto” la volontà di accompagnare una profondità di senso ad una facile fruibilità, resa scorrevole dalla contemporaneità dei linguaggi, semplici e immediati. Come il più maturo Wallace. Ecco perché appare più che appropriata la scelta; ecco perché si lascia la sala soddisfatti e compiaciuti dell’ottima resa teatrale di un’umanità che, in tracotante beffarsi di pudore e tabù, denuda se stessa. I pantaloni calati sulle ginocchia sono quel tocco di riesumata vergogna che ti fa ricordare di essere anche tu parte di quella finzione, di quella bugia che ti nasconde. Gli schifosi non sono esseri straordinari, gli schifosi non sono altro che l’umanità quando si stanca di respingere e camuffare il negativo, quindi sei anche tu. Per questo Schifosi non crea distacchi, non allontana ma avvicina ai diversi, ai “folli” e “psicotici”, per dirti quello che non vuoi sentire, per ricordarti chi puoi essere, chi rischi di essere. A te la scelta.

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