The Young Pope di Sorrentino, la Fede come l’Amore
Essere figli di Dio, il credente come orfano di Dio




Se è vero che, come diceva il biologo Richard Dawkins, “non si può dimostrare in maniera incontrovertibile l’inesistenza di niente”, allora nessuno può affermare con certezza che Dio non esiste. Su questo stratagemma i credenti hanno costruito parte delle loro argomentazioni. Alla domanda “dimostrami che Dio esiste” molti hanno voluto e saputo rispondere “e tu dimostrami che non esiste” cadendo così in un circolo vizioso di accusa e difesa dal quale legalmente sarebbero usciti sconfitti poiché l’onere della prova tocca a chi afferma. Affirmanti incumbit probatio dicevano i latini.

The Young Pope, la serie evento di Paolo Sorrentino, è costruita in buona parte su questo.  Si cerca l’esistenza di Dio. Jude Law, nei panni di Lenny Belardo, il giovane Papa Pio XIII, Papa per caso o per destino, punta il dito verso il cielo  e dice che Dio ha una casa con piscina proprio lì, tra le costellazioni; ma è lo stesso Papa che si troverà ad affermare, paradossalmente, che Dio non esiste, che lui addirittura non crede in Dio. Un Papa, quindi, che è tesi e antitesi al tempo stesso. Questo uno dei punti di forza del cinema di Sorrentino: la capacità di portare sullo schermo l’ambivalenza dell’essere umano, la sua impossibilità di essere sempre uguale a se stesso.

Tutta la serie è costruita sull’assenza-presenza di Dio, sul suo non esserci e quindi esserci. Ecco perché il Papa decide inizialmente di non mostrarsi ai fedeli: da un lato, lo fa per essere misterioso e irraggiungibile, istigare la curiosità e attrarre a sé, proprio come accade in amore quando ci invaghiamo di chi ci viene negato o si nega; dall’altro, lo fa per essere Dio, per avvicinarsi alla sua figura. Dio, il grande assente per eccellenza, questo nostro Sconosciuto. Roland Barthes ci ha spiegato cosa accade quando la persona che amiamo manca e la costruiamo e ingrandiamo nell’immaginario. Immaginate quindi il più grande amore e la più grande assenza cosa possono produrre. Forse, la Religione. Il confronto tra il rapporto di Fede e quello sentimentale si ripeterà nel corso della serie. Bellissime, a questo proposito, le lettere d’amore scritte e mai inviate dal Papa, lettere indirizzate al suo grande unico amore di ragazzo.

Cos’è più bello, amore mio? L’amore perso o l’amore trovato? Non ridere di me, amore. Lo so, sono goffo e ingenuo quando si parla d’amore. Faccio domande che sembrano uscite da una canzonetta. Questo dubbio mi travolge e mi corrode, amore mio, trovare o perdere? Intorno a me le persone non smettono di desiderare. Hanno perso o hanno trovato? Io non lo so. Un orfano non ha modo di sapere, un orfano è sprovvisto del primo amore, quello per mamma e papà. Da qui ha origine la sua goffaggine, la sua ingenuità. Tu mi dicesti, su quella spiaggia deserta della California, “puoi accarezzarmi le gambe” ma io non lo feci. Eccolo, amore mio, l’amore mancato. Per questa ragione da quel momento non ho mai smesso di chiedermi dove sei stata e dove sei adesso e tu, bagliore della mia gioventù fallita, tu, hai perso o hai trovato? Io non lo so e non lo saprò mai. Non ricordo neanche più il tuo nome, amore mio, e non ho la risposta però mi piace immaginarla così, la risposta: alla fine, amore mio, non abbiamo scelta, dobbiamo trovare.

Tutte le parole che vengono spese per Dio potrebbero benissimo riguardare l’amore, il rapporto di coppia, e viceversa. Si veda ad esempio quanto viene detto sulla vocazione al sacerdozio: “Ho avuto anch’io cinquant’anni. Ho avuto anch’io la mia crisi di fede, come tutti i preti. La seconda vocazione è più difficile, è più impervia della prima, non hai più a che fare con lo slancio entusiasta della gioventù, ora hai a che fare con il disincanto e i limiti della razionalità”. Parole con cui si potrebbe descrivere il matrimonio o comunque un legame che tenta di resistere al tempo.

Questo Papa che si decide come assenza è però molto distante da un certo Dio assente del Cristianesimo. Non parlo ovviamente di quello riluttante, a tratti incurante degli affari degli uomini, parlo piuttosto di un’assenza di Dio voluta e cercata affinché gli uomini fossero liberi. Lo diceva anche Kierkegaard: come potrebbe l’uomo essere libero se Dio si palesasse come Dio dinanzi ai suoi occhi, come potrebbe l’uomo scegliere sapendo di avere dinanzi Dio, sapendo che Dio esiste? Il papa giovane di Sorrentino non sceglie l’assenza per dare libertà all’uomo, lo fa piuttosto per ammaliarlo, per legarlo a un incantesimo che pare quasi una strategia d’amore. Dice che l’amore del “vecchio papa” non ha funzionato, che la tolleranza, il sostegno, il rispetto, l’andare incontro, non hanno prodotto alcun effetto, “che le piazze sono state riempite ma il cuore è stato svuotato di Dio”. Nel discorso che il Papa sogna di fare alla folla, Sorrentino gli fa dire: “Esiste una sola strada che conduce alla felicità e quella strada si chiama libertà”. In quel discorso invocava l’Amore, una risposta su cui – in principio – non si soffermerà.  Il padre spirituale di Lanny Belardo gli dirà “Dio non è per te Lanny, è per gli uomini che non sanno che farne della libertà” palesando, quindi, la distanza tra la libertà dell’uomo e l’esistenza di Dio.

Jude Law in Young PopeBasta dunque con il perdono. Basta con tutti quei credenti che non credono affatto. A questo proposito, durante la serie, si aprono di continuo querelle tra un cristianesimo moderno e aperto al prossimo, e un cristianesimo rigido, tradizionalista. Riflessioni fondamentali se si pensa che, ad esempio, oggi stesso, Papa Bergoglio ha aperto al perdono dell’aborto con la lettera apostolica “Misericordia et misera”. Il Papa giovane di Sorrentino manifesta una chiusura e rigidità tale da configurarsi come un tiranno, e del tiranno ha infatti anche la predilezione per le vestigia sacrali, per l’ornamento e la formalità, formalità a sua volta ribaltata con la scelta di alcuni particolari che fanno della caratterizzazione di Pio XIII un vero capolavoro. Le scarpe rosse, la Coca-Cola Cherry Zero a colazione, il vizio del fumo. È un papa che si fa detestare, che sembra allontanare i fedeli piuttosto che avvicinarli. È un Papa “irraggiungibile come una rock star” e il Vaticano è una specie di “rifugio di montagna” dove arroccarsi, nella solitudine: “Per ricordarti che tu sei il Papa adesso e che sei tutto solo, come lo sei sempre stato, e che non sei niente”.

La serie è però il racconto di un cambiamento, di una trasformazione. Quel Papa giovane che, per la sua gioventù, avrebbe dovuto rappresentare il pensiero moderno, è piuttosto l’incarnato di convinzioni sorpassate. Quel Papa giovane si fa giovane anche nel pensiero, dimostrandosi sempre più propenso verso l’apertura: basti pensare alla scelta di un omosessuale come suo segretario, alla definizione di Dio come linea aperta e allo stesso discorso finale. L’Assenza di Dio si convertirà in qualcosa d’altro. “Dio non si concede, non si fa vedere. Dio non grida. Dio non bisbiglia. Dio non scrive. Dio non sente. Dio non chiacchiera. Dio non ci conforta”. Il discorso finale della prima stagione si conclude con la domanda per eccellenza: “Chi è Dio?”. “Dio sorride” risponde il Papa. Una risposta in cui da una parte si ribaltano le negazioni precedenti e dall’altra si stabilisce un’essenza di Dio che trascende l’essenza stessa: Dio non è, Dio fa, Dio sorride.

The Young Pope Cappella SistinaQuesti, dunque, i grandi binomi di Young Pope: Assenza-Presenza, Esistenza-Inesistenza, Libertà-Costrizione, Amore-Odio, Chiusura-Apertura. Il tutto si mischia e richiama fondendosi grazie a un sarcasmo che incalza ogni battuta, complice un fenomenale Silvio Orlando, un inedito cardinale tifoso del Napoli, di quel tipo di personaggi che una volta concepiti non puoi più fare a meno che esistano. E poi la colonna sonora, quelle perfette e policrome scelte musicali di Sorrentino - dalla All Along the Watchtower della sigla, a Nadia, passando per Era De Maggio – che fanno parlare le scene, rivestendo la sacralità di un abito pop-rock. E ancora: uno sfondo artistico senza paragoni (eccezionali le scene ambientate nella cappella Sistina). La regia di Sorrentino prende ogni particolare e lo esalta, senza scadere nella tracotanza ma cogliendo l’originalità di una determinata associazione o la bellezza di un semplice particolare. Assolutamente perfette le cadenze ritmiche, i cambi di scena dettati da piccoli coup de théâtre visivi e sonori, quel tramare il susseguirsi dei fatti senza dare l’impressione dell’ordito ma facendo in modo che tutto ritorni sempre, spontaneo ma orchestrato.The Young Pope 2

 

Il vero colpo di genio della serie è però l’equiparazione tra il rapporto con Dio e il rapporto con i genitori. Il Papa giovane è un orfano allaricerca dei suoi genitori. Dio non c’è come non ci sono i suoi genitori. Sa che esistono ma non li trova. La prima condizione dell’essere al mondo è quella di essere figli. La prima condizione del credente è quella di essere figlio di Dio. Il prete stesso viene celebrato come il figlio per eccellenza: “E quando crescerai? Mai. Un prete non cresce mai perché non può diventare padre. Sarà per sempre figlio. È proprio per questo motivo che ci siamo imposti il celibato tredici secoli fa: per essere sempre figli di Dio e non osare prendere il suo posto”. È proprio per questo che il Papa di Sorrentino è giovane, conserva la sua ingenuità, il suo infantilismo. Ed è orfano perché l'orfano è colui che meglio rispecchia la condizione del credente: l’orfano sa di avere genitori ma quegli stessi sono assenti, a lui irraggiungibili. Da qui la grande sofferenza, la ricerca, quel sentirsi abbandonati e ripudiati, da qui lo sconforto dell’assenza. In questo senso, ogni credente è orfano di Dio. Da qui la dimensione assolutamente soggettiva, individuale, di un malessere che è alla base del rapporto religioso: Lanny parla alla folla ma in verità sta parlando ai suoi genitori o a Dio. Diventa sempre più evidente quanto, per Sorrentino, la fede sia vicina all’amore.

Tutt’altro, quindi, che una serie anti-religiosa. Anche se la dimensione critica c’è, viene esposta sempre e solo come riflessione, che poi è l’unico modo in cui farlo senza incappare in derive autoritarie. Sorrentino è un vero maestro in questo. Il suo Papa giovane è bello da vedere e da toccare, si fa sentire nello stomaco e nella testa. Il suo Papa giovane esorta ma non insegna, avvolge ma non costringe. Ed il messaggio che veicola è quello di una religione come amore che vive l’assenza dell’amato e che, per questo, è dubbio e in quanto dubbio deve farsi fiducia per sopravvivere, fede e allo stesso tempo libertà. Come a dire: se l’amore è Fede, la fede è Amore.

 

 

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