Lunedi 18 dicembre 2017 11:59

Una Napoli matrigna e gatta cenerentola
“La nave ci osserva, ci registra, ci elabora, ci rimette in scena”




Come si salva una città? Mi sono sempre chiesta se a salvare Napoli sarà la bellezza oppure l’orrore. Nell’eterna diatriba tra la visione claustrofobica di Gomorra e il trittico sole pizza e mandolino, ecco che spunta all’improvviso una fiaba nera, una cronaca disegnata: la Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone.

Da Napoli e per Napoli. Il film d’animazione, della casa di produzione partenopea Mad Entertainment, attinge a piene mani dalla tradizione napoletana: a partire dalla favola di Basile fino all’opera teatrale di De Simone passando attraverso la canzone napoletana, trae alcuni spunti fecondi perché ricordano ma non condizionano, associazioni senza il mero scopo associativo della narrazione, bensì con una narrazione che utilizza i rimandi in contesti differenti per dare nuovo significato a vecchie parole. Mentre il bellissimo Lo Cunto de li cunti dell’altro regista napoletano, Matteo Garrone, tratto sempre dalle favole parossistiche di Basile, porta lo spettatore nella favola, questa cenerentola usa la favola come il più potente e giusto mezzo per trasmettere la cruda verità storico sociale di una terra usurpata. È nel distacco della favola dalla cronaca il suo potere: mentre la cronaca racconta dei fatti realmente accaduti e così facendo deve per forza circoscriversi a un qualcosa e un qualcuno, la favola inventando può dire tutto con la scusa di dire qualcosa.

La Napoli dipinta è duplice, è matrigna e cenerentola insieme: da una parte c’è la Napoli vaiassa e sgualdrina delle sorelle assassine, della malavita, del tradimento, con un re camorrista che bada solo all’abito bello, a fare affari su affari fino a sotterrare la città sotto un cumulo di immondizia e delinquenza (di una crudezza perfetta a tal proposito è la canzone con cui Salvatore Lo Giusto descrive la città); dall’altra c’è la Napoli bellissima e sottomessa, ridotta in cenci dopo aver visto sfumare il sogno di un polo tecnologico che la facesse risorgere. La Napoli di un uomo onesto e geniale, il cui cognome non a caso è Basile, e di una ragazzina che con l’assassinio del padre ha perso la parola. Una Napoli orfana di verità. È sicuramente significativo che la maggior parte delle canzoni del film siano cantate dalla prima Napoli, mentre la vera voce della città è ammutolita dalla circostanze. La vera voce di Napoli è ridotta al silenzio.

Al di là dello splendido connubio di musica e immagini, il film risulta di una bellezza rara. Potrebbe sembrare – appena finito – soltanto un film denuncia. Napoli è questo, punto. Per Napoli non c’è speranza alcuna, l’unico rimedio è andare via, andare lontano (non a caso la matrigna decide di salvare soltanto l’uccello). La vera chiave di lettura, invece, è in quel polo della scienza, in quella novità futuristica che potrebbe sembrare soltanto una pretesto per sequenze sceniche mozzafiato, per ologrammi che si compongono e scompongono generando poesia. Eppure sono proprio quegli ologrammi che salveranno cenerentola, sono i ricordi che riaffiorano e raccontano la storia, che indicano la strada da non percorrere più, che svelano la verità. È il passato che parla al presente che dà speranza al futuro. È in quegli ologrammi la memoria di Napoli, la tradizione che non deve morire, che deve essere lì a ricordarci cosa possiamo essere e cosa dobbiamo diventare. Certo, a volte deve saltare in aria tutto per ricominciare, altre basta soltanto una persona che ricorda e ha voglia di raccontare.

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