Venerdi 22 settembre 2017 02:54

Il ventre di Scampia, Emanuele Cerullo e il tempo inventato




Quasi tutti gli scrittori decidono di inaugurare la propria pubblicazione con una citazione di altri scrittori. Un po’ ironicamente, è come se ti dicessero “questo qui sì che era bravo” e, invece, oltre all’umiltà della scelta, quello che più mi piace di questa consuetudine è che palesa perfettamente la natura dello scrittore: scrive chi ama le connessioni, i ponti tra le cose, scrive chi ha fatto della pienezza la sua missione di vita, scrive chi non sopporta il vuoto.

Quando Emanuele Cerullo apre il suo “ventre di Scampia” agli occhi dei vivisezionatori, lo fa con una citazione di Italo Calvino. Per amor di connessione – essendo anch’io un’amante della scrittura – mi trovo costretta a proporvi un’altra citazione, sempre di Calvino, che diceva così: “Scrivere è nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto”. Mi è saltata alla mente questa citazione mentre ascoltavo l’intervento dell’ex professoressa di inglese di Emanuele, la prof. Casertano, la quale ricordava al pubblico come i geroglifici di Emanuele fossero incomprensibili e come fosse poi bello decifrarli per estrapolare i tesori dai suoi temi. Un episodio della vita di Emanuele che mi ha fatto sorridere e che mi ha fatto pensare quanto il suo essere disordinato, quanto il suo andare fuori tema, faccia parte della sua bellezza caratteriale.

Emanuele lo conosco da tanti anni ormai, insieme siamo stati scrittori di blog e poi affezionati visitatori di un altro blog sulla scrittura. Oggi siamo grandi amici, a dire la verità forse non potrei nemmeno scriverlo questo articolo perché è evidente che sono di parte. Per me Emanuele è un fratello acquisito. Eppure, proprio perché un po’ lo conosco, sento il dovere di raccontare Emanuele e la sua poesia.

“Lo vogliono armato di periferia questo cemento stellato finché versato di poesia”

Una delle frasi preferite di Emanuele Cerullo è quella in cui sostiene che sia necessario “inventare il tempo”. Se lo avete frequentato, letto o ascoltato, l’avrete certamente sentita esplodere dalle sua labbra, impetuosa come la concezione che racchiude. Inventare il tempo. Perché, il tempo si inventa? Data la natura assolutamente astratta del tempo, il tempo è invenzione dell’uomo, deciso e arbitrato da unità di misura umane. Quando però Emanuele ci intima a inventare il tempo, nella parola “inventare” suggerisce qualcosa di più, quell’andare oltre il tempo categorizzato, prestabilito, preconfezionato che ci siamo disposti dinanzi; quell’andare oltre che significa riempire ogni vacuità, ogni forma di indifferenza e vuoto, ogni vertiginoso barcollare sul cipiglio del nulla. Come riempire il vuoto? Con la vita. La vita vera però, quella che si rigenera ogni giorno, la vita che ribolle nel sorriso di questo giovane scrittore, nelle sue mani ciondolanti, non può essere quella dell’indifferenza, del ristagno delle cose, del non dire e non fare perché tanto è inutile. Ecco perché fa paura il tempo perso, quello lasciato andare, fatto trascorrere in futilità o chiacchiericcio vano.

“Ciò che genera il male è l’indifferenza. Perdiamo tempo ma senza rendercene conto. Facciamo pensieri cortissimi perché le interruzioni sono frequentissime. Non riusciamo a pensare.”

Emanuele e Nino DanielePer Emanuele Cerullo, nato e cresciuto in una delle vele di Scampia, la vera preoccupazione è il Tempo. Se tutto è labile, se tutto può morirgli attorno da un momento all’altro, quello che preme davvero è fare in modo di moltiplicare il tempo che c’è, che rimane, che avanza. Come farlo? Tramite la creazione, tramite la Poesia. È la poesia che intercetta, come una lente da sovrapporre al mondo, i surplus di esistenza da concimare per salvare la realtà dal suo status di immobilismo. Proprio a questo proposito il bellissimo intervento che l’Assessore alla Cultura per il Comune di Napoli, Nino Daniele, ha regalato alla platea dell’Auditorium di Scampia, dove si presentava “Il Ventre di Scampia” di Emanuele Cerullo. La sua è stata quasi una lectio che è passata da Democrito, Epicuro, Orazio fino a Giordano Bruno: “Perché Epicuro? Epicuro aveva un problema, non poteva leggere nella natura esclusivamente necessità”. In quest’ansia di uscire dalla necessità Nino Daniele ha colto un bellissimo parallelismo con la poesia di Emanuele: “Io credo che la poesia per Emanuele sia questo, prendere con le proprie mani il proprio destino. Inseguire le proprie passioni, i propri sogni, le proprie indignazioni, le proprie ribellioni e non conformarsi a quello che tutti invece tendono a presentarci come un ordine prefissato che non si può mai modificare”. In una parola Libertà. E “Il coraggio di essere liberi” si intitolava la prima raccolta poetica di Emanuele che, praticamente un bambino, aveva già individuato nei versi l’essenza della sua ricerca. Quelle vele che “prenderebbero il volo se le gru si muovessero” sono l’espressione più acuta e stridente di una libertà che fugge la necessità. Basta vedere Scampia sempre allo stesso modo. Basta vederla con gli occhi di chi non l’ha vissuta. Basta alle etichette mediatiche e alla speranza condita da chi non ne ha idea.

“Crescevo mangiando carte nell'interna parte d'un palazzone che un lontano schermo artificiale ha reso monumento tremendo dell'inferno, il tuo ventre”.

“Madre cementissima” scrive Emanuele, in una poesia che pare quasi una lirica religiosa. Proprio il cemento, quello delle palazzine, quello dell’urbanesimo periferico, rappresenta benissimo la condensazione a cui è soggetta la vita se non si innestano in lei le vitali crepe del nuovo.

Alla presenza dell'Assessore alle Poltiche giovanili del Comune di Napoli, Alessandra Clemente, del Presidente dell'VIII Municipalità Angelo Pisani, di Mirella Pignataro, Presidente del Gridas (bello e sentito il suo ricordo racconto dell’incontro con Emanuele), della professoressa Silvana Casertano (prima citata), del giornalista Francesco de Rosa, dell'attore Ciro Scherma (che mi ha ricordato come le poesie bisogna sentirle, perché sentirle rivela altri ordini di senso) e di molti altri ospiti, Emanuele Cerullo imbastisce una bellissima verità. Una verità che rende liberi: Scampia non ha bisogno di eroi, il mondo non ha bisogno di eroi. Come Kierkegaard diceva di Cristo qualche anno prima, Emanuele dice oggi che l’eroe innalza il bene oltre misura, rendendolo inaccessibile a tutti.  Ecco perché quella “ginestra sotto le palazzine” non è il simbolo di un eroismo che vince le avversità, bensì di un modello da cogliere.

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