Giovedi 14 dicembre 2017 17:54

La fortuna d’essere De Filippo, l’impresa di essere Luca




Ho aspettato. Ho aspettato perché in realtà non lo volevo proprio scrivere quest’articolo. Non lo volevo scrivere come non avrei mai voluto scrivere quello del 04/01/2015. Alla fine, l’ho dovuto ammettere, se n’è andato un altro figlio di Napoli. Luca De Filippo è nato a Roma da una cantante e attrice torinese, Thea Prandi, ed è morto a Roma, nella casa dove risiedeva, l’altro ieri, il 27 Novembre, sfinito da un tumore. Eppure, Luca De Filippo è e sarà per sempre figlio di Napoli.

Alcuni scrittori, attori, registi, drammaturghi, acquistano così tanta importanza e fama da portare il loro cognome oltre il tempo, oltre l’individualità; così quando diciamo Leopardi intendiamo Giacomino e ce ne freghiamo di tutti gli altri Leopardi esistiti. Quando è nato, il 3 Giugno del ’48, Luca De Filippo è stato battezzato dal Teatro: come babbo, Eduardo De Filippo, come zii Titina e Peppino, come nonno niente poco di meno che Scarpetta. Basterebbe questo a rendere un’impresa far valere il suo nome. Il papà se lo portava in giro per i teatri e gli affidava delle piccole “particine” per non perderlo di vista: così, a soli sette anni, Luca era Peppeniello in Miseria e nobiltà e già diceva “Vincenzo m'è padre a me”, come a suo tempo aveva detto anche il figlio di Scarpetta per il quale era stata costruita la parte. Eduardo nella presentazione della commedia all’Odean di Milano (nel 1955) disse: “Luca questa sera farà Peppeniello… è preparato ma non è un ragazzo prodigio, è un ragazzo come tutti quanti gli altri. Ha avuto la fortuna di stare vicino al suo papà, dietro alle quinte, ha vissuto accanto a me quando scrivo le commedie, ed è stato veramente un dono che io ho avuto dal Signore, perché è veramente un mio carissimo amico questo qua. Ha la padronanza della scena ma ha ancora tanta strada da fare”. Quel ragazzino come tutti gli altri, Luca/Peppeniello, ne ha fatta tanta di strada ma la sua storia è stata sempre segnata da quel cognome. Al debutto ci provò, in Il figlio di Pulcinella (il cui titolo già pare una profezia) di Eduardo, Luca De Filippo decise di adottare il nome Luca Della Porta per non sembrare “raccomandato”. Da lì in poi le ha fatte tutte: Filumena Marturano, Non ti pago, Il sindaco del rione Sanità, Napoli milionaria!, De Pretore Vincenzo, Le bugie con le gambe lunghe, Uomo e galantuomo, Natale in casa Cupiello, Gli esami non finiscono mai, Le voci di dentro, Sik-Sik l’artefice magico, Gennareniello, Dolore sotto chiave, Quei figuri di tanti anni fa, Ditegli sempre di sì, Chi è cchiù felice e me e chi più ne ha più ne metta ma quest’ultima non è una commedia, è piuttosto la frase che ha contraddistinto la teatralità dei De Filippo, la loro devozione al teatro più che alla vita, al punto che la vita si arrende e se ne va.

Se è vero che ogni figlio deve “far morire” il proprio padre per nascere alla vita, allora con Freud nella tasca, Luca De Filippo fondò la sua compagnia, nel ’81, al ritiro di Eduardo dalle scene. "La compagnia di teatro di Luca De Filippo" è però, in verità, un continuo dell’opera paterna: Luca dirige e interpreta Uomo e galantuomo, Non ti pago, Questi fantasmi, O’ scarfalietto, e altre. Tante e belle le eccezioni non napoletane del suo teatro: il Don Giovanni e Tartufo di Molière, Il piacere dell'onestà di Pirandello, La Palla al piede di Feydeau, Aspettando Godot di Beckett, l’Amante di Pinter, e altre.

“Luca era consapevole e fiero di essere l'erede di terza generazione di una famiglia che ha fatto la storia del teatro italiano e, nella figura di Eduardo, del teatro mondiale” è stata la nota della famiglia alla grave perdita. L’umiltà di essere Luca, la fierezza di essere De Filippo. Questo e tanto altro trasudavano dalla sua interpretazione asciutta, maturata dall’esperienza e dallo studio del comportamento umano. Era un De Filippo quando lo sguardo in Sik Sik si fermava glaciale e d’ironica severità imbevuto, e tutto il corpo pareva essere un infuso di napoletanità e mestiere di vivere; era Luca quando lo sguardo improvvisava dolcezza ancorandosi a un sorriso che nella maturità e responsabilità degli intenti riusciva a mantenere, come un tesoro da custodire, l’ingenuità infantile di Peppeniello.

A volte la voce, quel tono, quegli acrobatismi sonori, ricordavano a tal punto Eduardo che pareva si trattasse di un altro dei tanti prodigi del teatro. Quanto più era difficile essere, nonostante gli infiniti richiami ed echi della sua voce e del suo profilo, tanto più dobbiamo dire – con devota ammirazione e tristezza per l’addio – la grandezza di… Luca De Filippo.

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