Giovedi 21 settembre 2017 14:05

Il drago non si droga, imparare dai bambini a vivere il mondo




Ci sono due generi di esperienze: quelle che ci risparmieremmo volentieri, che finiscono per intristirci e farci cadere nello sconforto, e quelle che ci rendono felici, che ci fanno sentire la ricchezza del giorno passato. Oggi per me è stata una giornata a doppio senso così come a doppio senso è il libro di Walter Lazzarin, Il drago non si droga. Non un doppio senso di quelli maliziosi o che arrogantemente si accaparrano il diritto di dirti senza dire, piuttosto il doppio binario di chi usa il gioco e la fantasia per ritrarre la realtà perché è il solo vero modo di ritrarre la realtà.

Partiamo dalle cose brutte. Ero di ritorno a casa, con il libro tra le mani, stavo per un gioco delle coincidenze, leggendo una frase scritta da Walter sugli uomini del sud e su quelli del nord, quando di fronte a me, in metropolitana, due anziani signori dall’accento nordico cominciano e dirne di tutti i colori sui napoletani e la "brutta razza" che sono. Devo aver fatto qualche faccia inorridita perché a un certo punto il genere maschile della coppia mi sorride beffardamente e dice: “Deve essere napoletana la signorina”. A quel punto mi ha fatto molto piacere avere impressa nel ricordo della giornata la voce e la faccia di Walter Lazzarin, veneto anche lui, proprio come quei due signori davanti a me: lo stesso dialetto, le stesse origini ma un senso della vita anni luce distante. I due rinchiusi nella loro torre d’avorio, a scagliare invettive contro gli altri esseri umani probabilmente perché intimoriti da loro, convinti che gli possano strappare la vita dalle mani. In fondo la xenofobo non è che una specie di sociofobico; l’altro che gira l’Italia e ogni giorno siede su un marciapiede differente, con la sua macchina da scrivere, tautogrammi come regalo ai passanti, e un libro da promuovere come veicolo di un pensiero che potrebbe accomunare tutti. Oggi era a Napoli, sul lato destro di via Scarlatti, salendo da via Luca Giordano, fissava la sua macchina da scrivere cercando parole che iniziassero per la stessa lettera mentre il suo ultimo romanzo troneggiava rosso e intrigante ai lati.

Nei ringraziamenti a fine libro Walter scrive a tutti: “Ti ringrazio perché mi aiuti a pensare che l’amore per la lettura è ancora vivo”. Chi lo sa se immagina che lo stesso ringraziamento lo imputano a lui i passanti che ha rapito con le sue parole e la sua semplicità. Una semplicità che contraddistingue tutto il romanzo: come se fosse uscito fuori dalla mente di un bambino. La storia di un bambino che insieme al suo drago di peluche, costretto in un sorriso cucito sulla bocca, intraprende un piccolo viaggio, scappando dalla mamma per inoltrarsi in un giardino pubblico, una “foresta proibita” in cui si rischia di pestare una siringa e conoscere “i drogati” che, come i mostri di una favola, camminano sonnecchiosi: “I drogati sono tranquilli, è l’Aids a stordirli, li rende stupidi come i cattivi che in un videogioco servono a mantenere alta l’attenzione, ma contro cui è impossibile perdere una vita. Sono troppo lenti”. Ma la semplicità di Walter Lazzarin tutto è fuorché scontata e banale. A dire il vero è proprio questo che lo rende vicino ai bambini: il suo riuscire ad uscire dal tradizionale sguardo alle cose del mondo. Anche l’uso che fa del linguaggio (come le stesse parole chiave “drago” e “droga” oppure il doppio senso della parola “eroina”) lascia intendere quanto il suo libro sia un aprirsi della mente alla possibilità delle cose, qualcosa in cui i bambini riescono perfettamente perché non sono ancora del tutto instradati nella via a senso unico della società dove “se vai male a scuola, allora qualcosa in te non funziona. Uno degli ingranaggi deve essersi inceppato”. È sullo stereotipo delle “mazzate” che Walter costruisce buona parte della trama: è un buffo che spinge Giacomino a fuggire, è il ruggito della mamma che lo spinge a cercare la felicità oltre le mura del quotidiano. Quando la mamma picchia Giacomino “è lo Stato a ordinarglielo” – scrive Lazzarin - “Ti sculaccio per il tuo bene. Ti sto educando. Balle”. L’etica che viene fuori da questo libro è di quelle più vere, di quelle che riconoscono la pericolosità della vita, riconoscono i valori veri, sanno distinguere il bene dal male ma non per questo credono che non possano esistere le due cose insieme: “All’inizio è un incantesimo buono, ti fa stare bene, ma poi t va venire le occhiaie, ti fa dimagrire e tossire, ti fa avere freddo anche in agosto. Non è chiaro perché ai drogati piaccia l’Aids, dato che poi li ammazza. Del resto lo stesso discorso vale per chi ama la guerra”. Il padre di Giacomo è un padre scapestrato ma è anche un padre che dimostra, lungo tutto il tempo della storia, di volere il bene del figlio: gli chiede se vuole stare con lui, desidera metterlo a suo agio e far scegliere a lui cosa fare, gli dice sempre la verità, anche quando è troppo cruda per un bambino di otto anni.

Insomma, quello che si scongiura forse è che i bambini perdano quel primato di furbizia che hanno rispetto alla gente grande: quel “potere si scavare nei visi e trovare sorrisi”. “Piangendo si ottiene qualunque cosa dagli adulti. Loro non fanno il tifo per i forti ma per i più deboli. I bambini non sono così stupidi; se frigni, ti prendono in giro ancora di più”. Quella spietatezza dei bambini, di Elio a cui non era dispiaciuto il funerale del nonno perché gli aveva fatto vedere l’Inghilterra, non è un controsenso ma una presa di coscienza morale che rifugge il moraleggiante: “Essere umani è uno schifo. Si è circondati da giudici che decidono per tutti cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è naturale e cosa non lo è”. In questa frase l’essenza del libro “Il drago non si droga” di Walter Lazzarin, l’essere al di là del significato affidato a quella parola, a quel fatto, a quella persona.

Questo libro insegna che ci sono bugie bellissime, che “la verità a volte puzza” e puzza perché la verità è una tautologia, sempre uguale a se stessa, ma la vita non può essere così, nella vita ci sono e ci devono essere delle regole perché “non esiste un gioco senza regole”. La vita è un videogioco, una favola, qualcosa che continuamente sfugge tra il mistero e il simbolo, e a cui non per questo bisogna rinunciare a dare senso. Io so che anche Walter Lazzarin la pensa così, lo so per la dedica bellissima che mi ha scritto sul libro, una dedica che porterò sempre con me, insieme a Giacomino e a Prezzemolo, insieme a tutte quelle cose per cui vale sempre la pena essere scrittori in viaggio, viaggiare e incontrare milioni di persone diverse, uscire dal proprio campanile di Marcellinara e avventurarsi nel mondo.

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