Giovedi 17 agosto 2017 03:48

Il Napoli “italiano” va (per forza) bene, ma ci sia chiarezza con la piazza




Napoli più italiano. Più provinciale, meno internazionale. Queste le indicazioni (a sé stesso) di Aurelio De Laurentiis. Il presidente del Napoli, direttore sportivo ad interim nell'attesa di Giuntoli, ha issato la bandiera tricolore sul pennone più alto di Castel Volturno, in nome dell'abbattimento dei costi e del risparmio in sede di calciomercato. I tempi delle vacche grasse, intese come introiti derivanti dalla Champions, sono finiti, almeno per il momento. Bisognava inventarsi una nuova mission e De Laurentiis lo ha fatto, in men che non si dica. Ha capito che, se vuole continuare a tenere i bilanci in ordine e non rischiare nulla, il vessillo della "internazionalizzazione", tra l'altro mai avvenuta, va riposto. La "austerity all'italiana" è un obbligo più che una scelta se si vuole ossequiare il fair play finanziario. E De Laurentiis sul punto non è disposto a derogare. Dopotutto, se non ha rischiato due acquisti di livello per conquistare gli introiti Champions la scorsa estate, non si capisce perché debba farlo oggi, nei giorni in cui non si vedono milioni all'orizzonte. Se non quelli derivanti da qualche cessione eccellente. E così si riparte da Sarri, che con un paio di tweet istituzionali tesse le lodi del centro sportivo che faceva storcere il naso a Benitez. Il nuovo tecnico non ha pretese particolari sul mercato, e quelle poche che ha sono abbordabili. Napoli rappresenta la grande occasione della sua carriera, un meritato premio ad un onesto operaio del calcio. Sarri è abituato "a fare" con molto meno, De Laurentiis lo sa e gli ha affidato la panchina. Contratto annuale, interlocutorio. Non c'è un vero "progetto Sarri" ma c'è la voglia di affidarsi ad un allenatore bravo, ma senza particolari grilli per la testa. E' il momento di riassestarsi, e il patron del Napoli lo sa. Ha capito che il concetto "dieci anni fa eravamo a Lanciano" non regge più. Sa che le sue quotazioni agli occhi della piazza sono in discesa, ha il polso di un malcontento più o meno latente. Il biennio Benitez appare a molti come l'occasione persa, la conferma delle teorie pessimistiche che il Napoli, così com'è, lo scudetto non lo vincerà né ora né mai. L'entusiasmo sta scemando, come testimoniano le poche presenze allo stadio. Anche nella notte della semifinale contro il Dnipro, il San Paolo non era pieno in ogni ordine di posto. I campioni non sono venuti, l'organigramma societario è sempre stringato, le strutture sono sempre le stesse. I tifosi lo sanno e osservano con diffidenza i vertici societari, rimembrando le promesse tricolore a Dimaro di un anno fa. A De Laurentiis, che - ribadiamo il concetto - non vuole rischiare nulla economicamente, non resta, a questo punto, che essere chiaro con la piazza. Il patron, a cui vanno riconosciuti i meriti di questi anni ad alto livello, ha l'occasione di stringere un patto con la tifoseria per recuperare il terreno perduto. Un biennio "lacrime e sangue", all'insegna della provincia, del terzo posto come massima ambizione, con il vessillo dell'internazionalizzazione nell'armadio, a patto di organizzare una nuova struttura societaria, realizzare un centro sportivo all'altezza e, soprattutto, ristrutturare per davvero il San Paolo. In tal modo il fatturato del club dovrebbe aumentare in modo strutturale e si potrà tornare a competere al tavolo dei grandi, anche se la Champions salta per un anno.  Altrimenti Napoli e il Napoli potrebbero scollarsi, e sarebbe un peccato. © Riproduzione riservata