Mercoledi 23 agosto 2017 23:09

Ponticiello: «Credevamo in questo progetto e l’abbiamo portato avanti»
«Penso che, nella testa di tutti, ci sia la voglia di non arrivare a giocarsela domenica, ma chiuderla immediatamente sabato».




Sabato la GeVi Cuore Napoli Basket si giocherà la promozione in Serie A2 contro l'Agribertocchi Orzinuovi. Il coach dei partenopei, Francesco Ponticiellci ha raccontato le sue impressioni sulla Final Four di Montecatini in un'intervista esclusiva a Diario Partenopeo.

Sul campo, con 36 vittorie su 43 partite disputate, avete sfatato tutti i luoghi comuni e pregiudizi su questa realtà. Qual è stato il segreto per disputare un'annata monstre?

«Prima di tutto non abbiamo tenuto in nessuna considerazione questi pregiudizi. Non abbiamo giocato contro chi diceva che non saremmo arrivati a novembre, che fossimo una delle due o tre tra le peggiori squadre del girone C, in un girone, di per sé, considerato negletto. La verità è che abbiamo lavorato su ciò che ci competeva, senza ascoltare certe valutazioni. Spesso, in estate, si tende a confondere il curriculum dei giocatori presenti in un certo organico per la forza di quella squadra. In realtà, è un qualcosa di sbagliato. Con il presidente Ruggiero, Pino Corvo e Massimo Sbaragli abbiamo messo su una compagine che avesse una caratteristica: l'allenabilità. Volevamo una squadra che fosse in grado di allenarsi come una A2 e non come una B. Avevamo puntato su giocatori che potessero crescere nel corso della stagione e non sui curriculum di questi, sulle loro motivazioni  e sul bilanciamento tra l'esperienza di alcuni e la futuribilità di altri. Il resto è venuto da sé. Credevamo in questo progetto e l'abbiamo portato avanti».

Una vostra peculiarità è l'imprevedibilità del vostro sistema. Quali sono i punti cardini della vostra pallacanestro?

«Questa è una squadra che gioca una pallacanestro estremamente organizzata dal punto di vista offensivo. Ciò non sempre traspare, perché giochiamo a ritmi molto alti e qualcuno può pensare che ci sia il classico coniglio che esca dal cilindro. Noi giochiamo molto per triangoli offensivi, molto ad alzare i ritmi e - dal punto di vista difensivo - siamo una compagine che tende a coprire strategicamente alcuni spazi di campo ed a concedere quelli che non consideriamo pericolosi per le nostre caratteristiche. Questo fa sì che possa venir fuori un protagonista diverso, perché è l'avversario che può essere attaccato in svariate maniere. Il lavoro che è stato fatto dall'estate scorsa è quello della distribuzione delle responsabilità. Il punto cardine è proprio questo: il saper riconoscere, in ogni frangente della partita, in ogni differente match, dove l'avversario possa essere colpito. È questa coralità complessiva, però, lo strumento che ci consente di operare scelte diverse».

Un vostro punto di forza è la maturità dei giovani. È una caratteristica che l'ha impressionata?

«Sapevamo, nell'approcciare alla post-season, di avere un debito d'esperienza rispetto agli avversari. Credo che una squadra debba avere una forza distribuita sui dieci giocatori. Abbiamo sempre pensato a noi come squadra sui dieci elementi e non su uno starting five ed un secondo quintetto. Non sono sorpreso della crescita in termini di maturità dei vari Mastroianni, Murolo, Nikolic, Rappoccio e Ronconi. Alla fine, dalla conta dei giovani possiamo estrapolare solo Barsanti, Maggio e Visnjic. Non è stata una sorpresa la crescita di rendimento di tutti i nostri giovani, perché tutto il lavoro fatto - da gennaio in poi - è stato finalizzato a far in modo che loro potessero avere un impatto meno traumatico possibile con i playoff».

L'ultimo ostacolo verso la promozione sarà Orzinuovi. È un vantaggio giocare contro un avversario che avete già affrontato? Quali sono i loro punti di forza e dove sono più vulnerabili?

«Può essere un vantaggio, così come uno svantaggio. Il vantaggio ci può essere per noi nel conoscerli, ma anche per loro nell'aver accumulato un certo sentimento di rivalsa, avendo perso la finale a Bologna. Sia noi che loro arriveremo alla partita di sabato non solo sulla scorta di ciò che si è visto in Coppa Italia. C'è uno studio video e statistico. Credo che il dato saliente sia che, quando si arriva ad una scrematura così forte, è evidente ci sia un elevato livello di competitività. Non credo di dire un'eresia se valuto che tutte le compagini presenti a Montecatini, inserendo due stranieri di buon livello per l'A2, farebbero un'ottima stagione anche al piano di sopra. Ci sarà grande equilibrio nelle sfide della Final Four. Credo che, nella testa di tutti, ci sia la voglia di non arrivare a giocarsela domenica, ma chiuderla immediatamente sabato. Per quanto riguarda l'Agribertocchi, è una squadra  con un'esperienza ed una qualità tecnica davvero altissima. Volendo fare una valutazione sulla forza in assoluto di una compagine, è quella che potrebbe avere, su dieci giocatori, maggior equilibrio nel rapporto tra primo e secondo quintetto. Noi abbiamo quell'energia, che viene dalla voglia, dalla fame, di voler scrivere un capitolo nuovo e ci portiamo in dote l'enorme motivazione che ci dà l'essere espressione di una metropoli come Napoli. La motivazione dei miei giocatori è straordinaria, ben riassunta da un qualcosa che - mi risulta - stia divenendo un tatoo sulle loro braccia, ovvero: It's not luck».

Parlando dei bresciani, non si può che pensare al successo in Coppa Italia. C'è un ricordo, un flash, di quella tre giorni che le è rimasto impresso?

«La dinamica della finale è stata la prova generale del passare dalla dimensione di una compagine con una ruolizzazione estremamente chiara tra uno starting five ed un secondo quintetto ad una squadra che è capace, anche in una situazione di estrema emergenza, di giocare senza nessuna variazione di rendimento. C'è anche l'epilogo finale con protagonista assoluto un cestista nato nel 1997, Stefan Nikolic, che ha vinto contemporaneamente il premio come miglior giovane ed mvp della manifestazione. Questo è il secondo flash, che è anche paradigmatico dell'evoluzione del nostro lavoro. Il rookie che diventa protagonista assoluto. Questi sono i due ricordi importanti e ci dicono che dobbiamo essere protagonisti come squadra e non come singoli».

A Montecatini riceverà il premio di "Miglior allenatore" della Serie B 2016/17. È un'ulteriore riprova dell'allenabilità della squadra?

«Assolutamente sì. È la prova del nove di quanto io, il presidente, il ds ed il gm avessimo visto bene nelle persone che andavamo a firmare la loro predisposizione ad essere allenati. Se un allenatore viene  riconosciuto come coach of the year per quella stagione, vuol dire che chi ha allenato gli ha consentito di centrare questa onorificenza. Non credo "all'uomo solo al comando della corsa". Il lavoro di un allenatore non sta tanto nella scelta messianica di questa o quella chiamata offensiva, nella variazione immediata di una difesa, ma nel valorizzare le risorse che ha a disposizione. Se ho ottenuto questa onorificenza lo devo ai giocatori, alla società, ad Armando Trojano, Aldo Chiari, Mimmo Battaglia, Clemente Colle e Gabriele Sorvillo. Ho avuto la fortuna di essere accompagnato da persone straordinarie sotto il profilo umano, professionisti davvero importanti a 360°».

In un'intervista ad inizio stagione paragonammo la compagine che stava nascendo ai The Clash. Possiamo dire che l'urlo del Napoli Calling abbia raggiunto il cuore di questa città?

«È un qualcosa andato pienamente a compimento. Credo che - nella sua dinamica - la nostra avventura nel corso della stagione somigli tantissimo a ciò che si era visto a Napoli negli anni '80. C'era un contesto plurale di esperienze artistiche, di locali, che convogliavano un certo tipo di giovani napoletani, come il Diamond Dogs, il KGB. C'era una scena che assurgeva a livelli artistici importanti. Da lì sono venuti fuori registi come Mario Martone, attori come Toni Servillo. Era un periodo in cui Napoli era estremamente cupa, come lo era - dal punto di vista cestistico - l'estate scorsa. Era una Napoli, che veniva da un decennio di grandi delusioni. Il PalaBarbuto è stato, per certi versi, un Diamond Dogs, un qualcosa che ha saputo accumulare fame. Mi auguro che questo non sia solo un lampo, ma possa divenire, sempre più, una valanga ricca di risultati. Avrei piacere che le finali di Montecatini siano solamente una tappa di un percorso più ampio, più sostanziato».

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