Martedi 22 agosto 2017 03:51

Dalla magia del gemellaggio ai fatti di Tor di Quinto: la folle parabola del Derby del Sole




C’era una volta il Derby del Sole. Il gemellaggio, i colori, lo scambio di sciarpe e bandiere. Tutto questo fino a quella domenica 25 ottobre 1987, dove la realtà si fonde con la leggenda calcistica: tra le tesi che hanno provato a spiegare la fine della splendida amicizia tra le due maggiori tifoserie del Centro Sud va per la maggiore quella del gesto dell’ombrello di Salvatore Bagni verso la curva giallorossa, ma numerosi testimoni oculari sono pronti a smentire la teoria e dicono che quel giorno accadde altro, ben prima della sfrenata esultanza del centrocampista.

La fine del gemellaggio

I bene informati raccontano allora di una crepa apertasi già l'anno prima. E' la stagione del primo scudetto azzurro, e all'ombra del Vesuvio è approdato Bruno Giordano, ex bomber laziale e quindi nemico giurato del tifo giallorosso. All'Olimpico si gioca Roma-Napoli, la Curva Sud inveisce contro l'attaccante partenopeo, i ventimila napoletani rispondono facendosi beffe dell'idolo di casa Bruno Conti. Niente di grave, ma sono i primi scricchiolii di un rapporto destinato a interrompersi bruscamente. Arriviamo così al fatidico 25 ottobre dell'anno successivo. Mezz'ora prima della partita, nel cerchio di centrocampo, avviene l'incontro tra i portacolori delle due tifoserie per il consueto scambio di bandiere e giro di campo. Sotto la Nord, strapiena di napoletani come sempre, è la solita festa, il solito grido Roma Roma. Ma una volta sotto la Sud accade qualcosa di inaspettato: il portacolori romanista rifiuta la bandiera azzurra, mandando platealmente a quel paese il collega napoletano; dalla curva giallorossa non parte nessun coro per il Napoli, bensì una pioggia di fischi, bottigliette e accendini sul malcapitato sbandieratore azzurro, che batte in ritirata. E' la fine del gemellaggio, e gli effetti si colgono subito, durante il match e nel post partita, lontano dallo stadio, con decine di ultrà giallorossi armati di bastoni in perlustrazione, fuori la stazione Termini, a caccia di napoletani.

Da quel preciso momento, Napoli-Roma smette di essere una festa, una delle più belle negli anni d’oro del calcio italiano, e diventa qualcos’altro. Il culmine della follia il 3 maggio 2014, con la giovane vita di Ciro Esposito spezzata dalla mano assassina di Daniele De Santis. Eppure erano già stati tanti i segnali, troppe le domeniche nere, prima di quel maledetto giorno.

Guerriglia urbana a Fuorigrotta

10 giugno 2001, penultima di campionato. Il Napoli di Mondonico insegue i tre punti per alimentare il suo sogno salvezza, la Roma vuole la vittoria per la conquista matematica dello scudetto. Il San Paolo è una polveriera, cinquantamila napoletani da una parte, settemila, ottomila, forse diecimila romanisti dall’altra. Non basta il settore ospiti, che per la prima volta viene circondato dalla gabbia di recinzione: la macchia giallorossa straborda, pericolosamente, nella tribuna laterale fin sotto la curva B. Sul campo finisce in pareggio, 2-2. Fuori è una sconfitta collettiva. Si comincia dal mattino, sciami di scooter con a bordo balordi armati di coltelli e cacciavite in cerca di romani, e si finisce in tarda serata, con l’accoltellamento da parte degli ultras giallorossi di un agente della Polfer nella stazione di Formia. Nel mezzo accade di tutto, con cariche della polizia, lacrimogeni, sassaiole, ambulanze assaltate, auto e motorini incendiati, la stazione dei Campi Flegrei devastata, un intero quartiere sotto scacco. Il bollettino è, senza esagerazioni, da guerra civile: 60 feriti, 18 arresti, 16 denunciati, 8 accoltellati. Numeri da brividi.

Assalto al commissariato

L’8 dicembre 2005 è un altro, triste, capitolo della storia che stiamo raccontando. Il destino mette le squadre, separate da due categorie, l’una contro l’altra in coppa Italia. Troppo superiore la Roma, che con una formazione imbottita di riserve passeggia al San Paolo, 0-3. Sugli spalti è in corso però un’altra partita: trecento circa i romanisti assiepati nella gabbia, bersagliati da petardi , bombe carta e qualsiasi tipo di oggetto contundente. Fuori lo stadio, al termine dell’incontro, si scatena l’inferno: teppisti col viso travisato da sciarpe azzurre assaltano il Commissariato San Paolo e la sede del quotidiano Cronache di Napoli15 gli agenti feriti, 27 i napoletani fermati.

Dalle botte sul treno alla follia sulla A1

L’odio tra queste due squadre è ormai radicato, ha bisogno di ossigeno, non può attendere gli incroci del calendario e quindi si insegue, si cerca, per sfogarsi altrove, lungo i binari ferroviari o l’asfalto delle autostrade. A gennaio di quello stesso anno napoletani e romanisti si ritrovano sullo stesso treno, reduci rispettivamente dalle trasferte di Padova e Firenze. Il notturno Bologna-Reggio Calabria diventa un campo di battaglia, quattro feriti, tutti napoletani, sopraffatti dalla superiorità numerica degli avversari. Il “favore” viene ricambiato qualche anno dopo, tra l’area di servizio di Montepulciano e l’Autosole: un gruppo di napoletani in viaggio verso Torino intercetta, circonda, insegue e assalta un pullman di romanisti diretti a Genova.

Il Napoli è intanto risorto dalle sue ceneri, abbandona l'inferno della terza serie e dopo un anno di Purgatorio in cadetteria ritorna nel suo mondo, la serie A. Azzurri e giallorossi tornano a scontrarsi regolarmente in campionato, siamo ormai nell'epoca dei tornelli e dei divieti di trasferte.

Il ritorno in trasferta e la bufala di Trenitalia

31 agosto 2008, all'Olimpico è in programma la prima di campionato. Dal Viminale viene dato il clamoroso via libera alla trasferta per i napoletani. Si muovono in duemila da Napoli, con il treno. A piazza Garibaldi è il caos, poi si parte, e gli ultras raggiungono lo stadio a ripresa iniziata. L’opinione pubblica si indigna, stampa e tv per giorni non parlano d'altro che di quell'orda barbarica partita dalle pendici del Vesuvio per devastare la Città Eterna. Trenitalia reclama danni per la cifra astronomica di mezzo milione di euro. E sui tifosi azzurri cala, ovviamente, la mannaia del divieto di trasferta per un anno. Uno scandalo, possiamo dire oggi con una certa cognizione di causa, creato ad hoc da media e istituzioni (ma prontamente archiviato dalla giustizia), per preparare il terreno all'avvento della Tessera del Tifoso.

La morte di Ciro Esposito

Qualcuno si era illuso che fosse sufficiente l'introduzione di uno strumento di fidelizzazione per spazzar via di colpo il disagio che serpeggia nelle curve italiane. Per mesi politici e politicanti hanno derubricato la questione, sciorinando percentuali sulla netta riduzione degli incidenti negli stadi. Dati inattaccabili ma correlati, evidentemente, al drastico e generalizzato calo di spettatori piuttosto che all'efficacia di un dispositivo che a conti fatti si propone solo di aggirare il problema, e non certo di risolverlo.

Il resto è storia più recente. Nel corso degli ultimi campionati abbiamo assistito alla riapertura degli stadi, le due tifoserie hanno ripreso a viaggiare e a ripopolare, seppur assai timidamente, i settori ospiti. Non ultras, ma semplici tifosi: e anche qui non sono mancati incidenti, piccoli tafferugli, scambi di cori e di cortesie. Poi ci siamo risvegliati il 3 maggio del 2014, in viale di Tor di Quinto, dove la civiltà del nostro paese è arrivata al punto di non ritorno. Ci siamo riaddormentati e risvegliati ancora, nella curva giallorossa, tra il becerume di quegli striscioni infami contro la mamma di Ciro che ci hanno colpito al cuore, più delle pallottole esplose da De Santis.

La sensazione è che non basteranno divieti, limitazioni e provvedimenti di sorta per porre rimedio a una deriva culturale impossibile da sradicare, quantomeno da qui ai prossimi decenni. Le domanda da porci, a questo punto, sono altre: cosa altro ancora dobbiamo aspettarci? E quanto altro ancora saremo costretti a sopportare?

© Riproduzione riservata

© Riproduzione riservata