Mercoledi 22 novembre 2017 13:46

Nino D’Angelo: «Io, ragazzo della Curva B che ha sconfitto la depressione»




Il 24 giugno si avvicina. Il grande concerto di Nino D'Angelo allo stadio San Paolo è già nelle agende di migliaia di napoletani. Quaranta anni di carriera, decine di hit, una popolarità esponenziale, almeno tre periodi artistici. A poco più di un mese dal grande evento il cantautore di San Pietro a Patierno si è confessato in un'intervista al Corriere della Sera. Si parte con la scelta dello stadio di Fuorigrotta come teatro del suo concerto per i sessanta anni. Una scelta obbligata per un tifoso sfegatato del Napoli, diventato simbolo di un'intera generazione di cuori azzurri grazie al film "Quel ragazzo della Curva B". «Sono un ragazzo di sessant’anni che ha ancora negli occhi suo nonno Gennaro. Quando ero piccolo - ricorda Nino D'Angelo -  mi prendeva per mano e mi portava a vedere la partita proprio nella curva B. Lavorava in una fabbrica di tabacchi. È stato lui a trasferirmi la passione per il Napoli. Amo il calcio come la musica. Per questo voglio fare il concerto della vita, una festa popolare della napoletanità, quasi senza scaletta, a braccio, con tutti i miei successi. Per la gente. Per il trentennale dello scudetto del Napoli. E sul palco chiamerò le persone che fanno parte della mia storia».

Una storia iniziata a metà degli anni Settanta, quando il giovane gelataio della stazione Centrale iniziò il suo cammino che lo ha portato a diventare un simbolo di Napoli. «Tutto quello che volevo era prendere un microfono e cantare. Lo feci senza sapere neanche come. Prima ai matrimoni e alle feste di piazza, poi ovunque. Piano piano divenni il “fenomeno” Nino D’Angelo”: milioni di copie vendute e fan in tutto il mondo. Ho suonato anche all’Olimpia di Parigi tanto per dire. Mi mancava solo il San Paolo. Sono stato fortunato, ma una cosa me la devo riconoscere». Quale? «La capacità di cambiare. Se fossi rimasto quello degli anni Ottanta, sempre uguale a se stesso, avrei fatto la fine del “personaggio d’epoca”. Invece mi sono messo in discussione, ho tagliato il caschetto biondo e ho fatto tesoro di tutte le critiche che mi erano state fatte e che mi avevano fatto incazzare».

Negli anni Novanta ha sofferto di depressione. È lì che ha maturato il cambiamento?
«Sì. Non bisogna avere vergogna di ammettere la depressione: è una malattia e va curata non con il conforto degli amici, ma con un bravo medico. Questo lo voglio dire a tutti quelli che ne soffrono: fatevi aiutare, se ne esce. Io non sapevo più chi ero. Da una parte non potevo più continuare a fare la parodia di me stesso col caschetto d’oro, dall’altra rischiando il nuovo, mi aspettavano teatri vuoti. Ma ero stanco di essere il fenomeno solo di “una certa Napoli”, stanco di essere sempre sotto esame. Scoprì che il mondo non era come lo avevo immaginato: mi avevano etichettato, marchiato a fuoco. Sono stato male, ma mi sono ribellato scrivendo canzoni meno superficiali che all’inizio sono state dei grandi insuccessi. Ora i miei “migliori insuccessi” faranno parte del cofanetto Nino D’Angelo 6.0 che comprenderà anche il live del San Paolo e un disco di inediti».

Uno dei primi incontri della sua carriera è stato quello con Mario Merola. «Ovviamente ero un suo fan quando iniziai ad avere un certo successo personale. Un giorno, durante una trasmissione su una radio privata, in diretta telefonò sua moglie e mi invitò a casa loro. Andai e da allora divenni di famiglia. Merola, a Pippo Baudo che gli chiedeva chi fosse il suo erede, fece il mio nome. Fui felice, ma anche perplesso: era un peso troppo grande e poi se sei erede arrivi sempre secondo». E Pino Daniele. «Un genio del Novecento, lui sì. Mi invitò a Formia e mi disse: “Ti ho fatto venire perché mia sorella è una tua fan”. E la chiamò. Venivamo entrambi dai vicoli, ci capivamo. Aveva un’ironia straordinaria. Ci siamo visti poco, ma abbiamo riso tanto».

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