Venerdi 18 agosto 2017 16:33

Anna Ammirati, da Monella a Napsound: «Porto in scena il teatro sperimentale»




Gli anni passano ma lei è ancora bellissima. Anna Ammirati, 38 anni, esprime ancora il fascino di uno sguardo che penetra, ammalia, intenerisce. Sono passati quasi 20 anni da "Monella", la pellicola di Tinto Brass che le regalò una celebrità esponenziale, difficile da gestire per i suoi 19 anni. Ma, nonostante le difficoltà di restare incastrata nel ruolo della bella lolita della pellicola, ha saputo crescere, diventando una attrice di teatro sperimentale. In un'intervista al Fatto Quotidiano, racconta il suo ultimo spettacolo Napsound. «Mi sono occupata della qualunque: dai diritti Siae alla stampa della locandina. Reazioni? La presenza della musica elettronica ha spiazzato - spiega -, la gente di teatro non riusciva a inquadrare, dicevano: “È un concerto? Un ibrido? Prosa? Cos’è?”». È lei il deus ex machina dello spettacolo. «Ho capito che sarebbero trascorsi anni, ho deciso di giocarmela in prima persona, compresa la parte economica: vendo pure lo spettacolo. È la vita, in ogni campo: se ti lascia un fidanzato non puoi restare in casa e per mesi a dire: “È un pezzo di merda”».

Nonostante siano passati quasi vent'anni da Monella, l'esperienza è ancora vivida.  «Oggi il ricordo di quell’esperienza mi diverte». Ma, all'epoca, «un po’ la subivo, ero incastrata nel ruolo, nella bicicletta, nel culo. Non credo mi abbia danneggiata, dopo mi sono arrivate proposte completamente diverse: non sono una pin-up, una bonona, certo avrei potuto lavorare di più». «Girare a 19 anni un film del genere è stato un atto di incoscienza, l’ho preso con leggerezza. Tinto mi ha proprio cercata, mi ha chiamato la moglie, e ancora lui. Io ero negli Stati Uniti. Ho raggiunto Cinecittà con il mio motorino, un vecchio Ciao, e mi sono trovata davanti a 200 ragazze, alcune modelle, per un provino in costume e in pellicola. Una rarità».

Poi il successo. Venduto in 42 Paesi - ricorda -, per presentarlo ho viaggiato, catapultata da Madrid a Parigi, una popolarità pazzesca. Questa storia non l’ho vissuta benissimo, era troppo. Prima potevo andare a un centro sociale, uscire, fidanzati della mie età, poi mi sono trovata totalmente scollata dalla vita precedente. Mi sentivo a disagio, non ero me stessa, per niente spigliata». Un periodo difficile, senza la possibilità di chiedere aiuto a nessuno. «La mia famiglia no. Ero quasi scappata da casa, volevano studiassi giurisprudenza, io puntavo già sull’attrice. Papà quasi si vergognava perché vivevo, indipendente, a Roma». «Si comportava da dittatore, se qualche ragazzo mi guardava, lo affrontava. Mia madre? Mi chiamava preoccupata, mi avvertiva: “Occhio, oggi ti viene a prendere”. Così uscivo dal liceo a occhi bassi, cambiavo abbigliamento, avevo i vestiti nello zaino. Ho girato Monella anche come gesto di liberazione. Per me non c’era nulla di male, stare nuda sul set non mi imbarazzava, stare nuda mi piace, è il momento in cui mi sento meglio, anche in spiaggia.».

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