Mercoledi 21 febbraio 2018 08:02

Muslim ban: dilaga in tutti gli Stati Uniti la protesta contro Trump. Anche Starbucks contro il presidente
Salgono a 16 i Paesi degli Stati Uniti contro il Muslim ban indetto da Trump che prevede che i cittadini provenienti da Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen non possono entrare negli Usa, a meno che non siano in possesso della green card

30 gennaio 2017



NEW YORK (STATI UNITI) - Dilaga in tutti gli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca, la protesta contro il neo presidente Donald Trump contro il bando all'immigrazione.

Inutili i tentativi del successore di Obama di spiegare: «Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente. La mia politica è simile a ciò che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandì i visti per i rifugiati dall'Iraq per sei mesi».

Diverse migliaia di persone continuano a manifestare sotto lo slogan "No Muslim ban".

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«Ci sono altri 40 Paesi nel mondo a maggioranza islamica che non sono interessati dal provvedimento», ha ricordato Trump ribadendo che gli Usa rilasceranno nuovamente i visti dopo aver rivisto e rafforzato il sistema dei controlli, come previsto dalle sue disposizioni. Ma già ieri si è scontrato per la prima volta con i contrappesi della democrazia, quando il giudice federale di New York, Ann M. Donnelly, accogliendo il ricorso di due iracheni bloccati al Jfk, l'aeroporto della Grande Mela, ha deciso che nessun rifugiato, nessun titolare di visto e nessun viaggiatore proveniente dai sette Paesi islamici banditi (Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen) può essere rispedito indietro, per evitare «danni irreparabili».

Si tratta di una decisione valida su tutto il territorio nazionale, dove nel frattempo 16 procuratori generali hanno emesso una dichiarazione congiunta nella quale definiscono il bando incostituzionale. Gli attorney general sostengono che la libertà religiosa è un principio fondamentale del Paese, auspicando che l'ordine esecutivo sia ritirato e impegnandosi nel frattempo a garantire che il minor numero possibile di persone soffrano per questa situazione.

L'america contro Trump: Starbucks assumerà 10mila rfugiati

Persino Starbucks, la famosa catena di caffetterie, ha sfidato il neopresidente decidendo di assumere 10mila rifugiati. In una lettera ai dipendenti, l'amministratore delegato di Starbucks, Howard Schultz, ha affermato che le assunzioni riguarderanno i punti vendita in tutto il mondo, anche se inizieranno proprio dagli Stati Uniti, dove la priorità verrà data agli immigrati «che hanno servito con le forze Usa come interpreti o personale di supporto». Schultz, che alle presidenziali era schierato con Hillary Clinton, ha anche preso di mira altre iniziative del presidente Trump, come le misure contro la riforma sanitaria definita Obamacare, e ha tra l'altro affermato che Starbucks sosterrà i coltivatori di caffè messicani.

Starbucks non è l'unico colosso a ribellarsi al tycoon: Google ha infatti stanziato un fondo da 4 milioni di dollari per gli immigrati e i rifugiati colpiti dalla misura restrittiva. Dunque, anche dalla Silicon Valley si manifesta una levata di scudi contro l'ordine esecutivo di Trump. Si tratta, spiega Usa Today, di 2 milioni stanziati dalla società e altrettanti donati dagli impiegati. Il denaro andrà a quattro organizzazioni: l'American Civil Liberties Union (Aclu), l'Immigrant Legal Resource Center, l'International Rescue Committee e l'Unhcr. E' la maggiore campagna di Google legata a una crisi.

Inizialmente trapelata da un inviato dell'ad di Google, Sundar Pichai, la notizia è stata poi confermata al giornale americano, da un portavoce della compagnia. In aggiunta, i top manager di "Big G" stanno effettuando donazioni individuali. Contributi simili arrivano anche da altre compagnie della Silicon Valley. Uber sta creando un fondo di difesa legale da 3 milioni di dollari per aiutare i suoi autisti con le questioni legate all'immigrazione. E la "rivale" Lyft ha annunciato ai suoi iscritti che donerà un milione di dollari all'Aclu per i prossimi 4 anni. L'associazione no profit, riporta il sito Slate, ha già raccolto una cifra record di oltre 24 milioni di dollari in donazioni durante il weekend: 6 volte di quello che raccoglie in un anno.

La Casa Bianca assicura: «Non c'è alcun caos»

Intanto la Casa Bianca continua a difendere il provvedimento. «Non c'è alcun caos», ha assicurato il capo dello staff, Reince Priebus, aggiungendo che ieri 325mila viaggiatori sono entrati negli Usa e solo 109 sono stati fermati. «Gran parte di loro sono stati rilasciati. Abbiamo ancora una ventina di persone che restano detenute», ha sostenuto, prevedendo che saranno presto rilasciate se sono in regola.

Tuttavia Priebus ha fatto una parziale retromarcia precisando che l'ordine non interesserà i detentori della "green card" (che consente ad uno straniero di risiedere in Usa per un periodo di tempo illimitato), un punto suggerito dall'eminenza grigia della Casa Bianca, il chief strategist, Steve Bannon. Priebus ha inoltre ricordato che gli agenti di frontiera hanno sempre il «potere discrezionale» di detenere e interrogare i viaggiatori che arrivano da Paesi a rischio, alimentando così nuove incertezze.

Se Priebus da una parte fa un passo indietro, non lo fa Trump che, invece, precisa su Twitter: «Il nostro Paese ha bisogno di confini forti e di controlli rigidi, Adesso. Guardate quello che sta succedendo in Europa e, anzi, in tutto il mondo: un caos orribile!».

Ma il mondo protesta, a partire dall'Europa, dove alcuni leader cominciano a mostrare il loro dissenso, da Angela Merkel a Paolo Gentiloni sino a Theresa May e al suo ministro degli Esteri Boris Johnson, alfiere di quella Brexit lodata apertamente da Trump. Scende in campo anche la Lega Araba, con il suo segretario generale Ahmed Aboul Gheit che si è detto «profondamente preoccupato per le restrizioni ingiustificate» adottate da Trump nei confronti dei cittadini di sette Paesi islamici, con possibili «effetti negativi».

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