Sabato 24 febbraio 2018 19:02

Quando la camorra “processò” un ragazzino, le prime rivelazioni di Pasquale Scotti
Il boss della camorra cutoliana, Pasquale Scotti, ha iniziato a raccontare la sua verità dopo 30 anni di latitanza. Due episodi sono stati riportati in un articolo de "Il Mattino".




NAPOLI - Pasquale Scotti ha iniziato a vuotare il sacco. Le prime dichiarazioni di Pasquale Scotti, 58 anni, personaggio di spicco della camorra napoletana a cavallo degli anni '70 o '80, sono state rese note in un articolo de "Il Mattino". Pascalino ‘O Collier, uomo di fiducia di Cutolo, è custode di tanti segreti. Li ha portati con sé in Brasile, dove ha vissuto per quasi 30 anni. Latitante dal 1985, è rientrato in Italia quest'anno, in seguito all'estradizione chiesta e ottenuta dall'Italia. A giugno Scotti ha deciso di pentirsi, mettendosi a disposizione dei giudici.

LA GUERRA DEL CARO ESTINTO - Sono due i passi delle dichiarazioni di Scotti riportate dal Mattino. Il primo riguarda la guerra nata a cavallo del 1980 per il controllo delle esequie funebri. Si tratta di un campo che, storicamente, rientra negli interessi della camorra. «Io sono mandante dell'omicidio di Mimì 'O tavutaro - sono le parole di Scotti  - - Era proprietario di un'azienda funebre a Casoria, all'epoca c'erano due aziende funebri. C'è sempre stata guerra per la gestione delle attività collegate a questo settore delle pompe funebri. Esiste un controllo mafioso delle rispettive zone di competenza, lo fanno tutte le ditte che operano in questo settore. Ci fu un'invasione di campo, nel senso che un carro della di una ditta di Napoli andò a trasportare un defunto di Casoria, e fu una sorta di guanto di sfida». La risposta, ricorda Scotti, fu un appostamento fatto in zona Doganella assieme al suo affiliato Peppe «Maciste», che si concluse con una sventagliata di colpi nel furgone della ditta che aveva invaso per prima un territorio non suo.

IL PROCESSO AL RAGAZZINO -  Il secondo episodio riguarda un processo "celebrato" dalla camorra ad un ragazzino accusato di aver fatto una soffiata in occasione di un omicidio del 1983. «C'era un ragazzo che era accusato di aver fatto la soffiata per l'omicidio di un nostro affiliato. Su mio ordine, i miei affiliati sequestrarono quel ragazzo e io lo interrogai. Ricordo che tremava come una foglia, eravamo in un appartamento di Cardito. Era terrorizzato il ragazzino, era fratello di un mio amico di gioventù, non trovai elementi per condannarlo a morte e lo lasciai andare».

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