Sabato 18 novembre 2017 22:12

Il consiglio comunale di Napoli vuole revocare la cittadinanza onoraria al generale Cialdini

20 marzo 2017



NAPOLI - «Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra» questo il celebre ordine che sarebbe stato dato da Enrico Cialdini, generale del Regio Esercito Italiano quel 14 agosto 1861, a discapito dei civili residenti nei due luoghi beneventani. Oggi il consiglio comunale di Napoli ha approvato all'unanimità un ordine del giorno con cui si impegna l'amministrazione a «verificare la possibilità, alla luce della normativa vigente, di revocare il riconoscimento della cittadinanza onoraria al generale - morto nel 1892 - Enrico Cialdini» Il sindaco Luigi de Magistris aveva già impartito disposizioni, nei mesi scorsi, ai propri uffici per avviare l'iter di revoca.

Era l'agosto del 1861 quando Cialdini fu inviato a Napoli per domare i moti di rivolta nati a posteriori della proclamazione del Regno d'Italia. A seguito del suo incarico vi furono diverse e violente azioni militari come arresti in massa, esecuzioni sommarie e soprattutto rappresaglia contro centri abitati. La decisione di radere al suolo i due paesi nel Beneventano fu presa in seguito all'uccisione di 45 militari dell'esercito unitario che erano stati catturati alcuni giorni prima da alcuni "briganti" e contadini del posto. L'episodio, come descritto da "Il Nuovo Monitore Napoletano", avrebbe scatenato l'ira del generale dato che i militari sarebbero stati tutti uccisi nonostante gli arresi e i feriti. Per l'attuazione del piano furono incaricati il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari e al termine del massacro Negri telegrafò a Cialdini: «Ieri mattina all'alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora».

La questione è rimasta a lungo controversa anche perché il numero di vittime è tuttora incerto, se pur stimato fra il centinaio e il migliaio. Tuttavia, sulla base della lettura dei registri parrocchiali della chiesa della Santissima Annunziata, sarebbero annotati dal canonico Pietro Biondi e dal canonico Michelangelo Caterini i nomi di soli 13 morti con le modalità della loro morte e il luogo del seppellimento. Il numero sarebbe stato confermato nel 2016 dalla scoperta di una lettera d'epoca, datata 3 settembre 1861, pubblicata sulla rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro. D'altro canto è diffusa l'idea che gran parte dei cadaveri sarebbero in realtà rimasti bruciati nelle case e che tanti morti non vennero denunciati per paura.

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