Martedi 22 agosto 2017 09:12

La lettera: «Soccorsi in ritardo, mi sono vergognato di essere napoletano»

24 febbraio 2017



Ci scrive un lettore, Giuseppe, che - questa mattina - è stato protagonista di un episodio che evidenzia, ancora una volta, quanto sia difficile ricevere soccorso a Napoli. Il suo racconto, inoltre, accende i riflettori su un altro problema che sta divenendo annoso: la pericolosità del cordolo che delimita la pista ciclabile in via Caracciolo.

Di seguito il suo racconto:

Non sono il tipo di persona che fa questo tipo di interventi o vuole passare per il paladino della giustizia ma voglio solo che si sappia in che città viviamo. Poco meno di due ore fa (le 11.15 per la precisione) ero appena sceso dall'ufficio e, andando verso la mia macchina, sento un forte rumore e delle grida di aiuto. L'autore di quelle grida era il signor Mario, 75 anni, un cittadino qualunque che si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato ed è caduto dal motorino sbattendo la testa sullo spigolo della pista ciclabile. Fortunatamente aveva il casco e ha evitato il peggiore dei danni ma gli è uscita la spalla e probabilmente ha riportato anche qualche frattura. La parte "bella" viene adesso: chiamo il 118 alle ore 11:17 e, dopo un'ampia attesa per un operatore disponibile, mi risponde una signorina che dice che manderà al più presto la prima unità disponibile. Intanto intorno al signor Mario si è radunata una folla di curiosi, è accorsa una pattuglia della polizia a smistare il traffico e un medico (la signora in jeans e maglietta grigia) che si trovava lì di passaggio. Dopo oltre mezz'ora d'attesa (erano le 11:50) e vari solleciti dei poliziotti in Centrale Operativa e ai vari colleghi di passaggio, dell'ambulanza nemmeno l'ombra. Richiamo io e, dopo altrettanta attesa, mi risponde la stessa operatrice di prima che mi dice che l'unico veicolo al momento disponibile era partito da Ponticelli che, per chi non lo sapesse, da Mergellina dista quasi 15 km. Dopo vari momenti di tensione e preoccupazione generale l'ambulanza arriva precisamente alle 12.06 e preleva il signor Mario da terra in mezzo alla strada, posizione in cui è rimasto tutto il tempo, per portarlo (si spera) a uno degli ospedali più vicini. Quando tutto torna alla normalità comincio a farmi delle domande. Se lì ci fosse stato uno dei miei genitori, mio fratello o un mio amico come avrei reagito? È possibile che nella metropoli più grande del Sud, la terza in Italia, si debba aspettare quasi un'ora per ricevere un servizio sanitario che ciascuno di noi paga profumatamente? Ma, soprattutto, se il signor Mario si fosse fatto male in modo peggiore o avesse avuto un un infarto, la colpa per la sua morte a chi sarebbe andata? Oggi, per la prima volta in vita mia, e mi fa male dirlo, mi sono vergognato di essere napoletano.

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