Venerdi 24 novembre 2017 15:45

Laparoscopia, Campania fanalino di coda per gli interventi di chirurgia mini-invasiva

24 maggio 2017



NAPOLI - A 30 anni dall'inizio della sua diffusione la chirurgia mini-invasiva stenta ancora a decollarein Italia, dove cinque regioni registrano dati tutt'altro che confortanti. Tra i territori fanalino di coda nell'utilizzo della laparoscopia spicca la Campania, che si attesta ad un livello decisamente inferiore rispetto a quelli raggiunti dalle Regioni settentrionali come il Veneto, la Lombardia e la Valle d'Aosta. E' quanto emerge dal primo Rapporto elaborato dall'Osservatorio PariSanità, presentato questa mattina a Roma e sviluppato dall'Università di Roma Tor Vergata in collaborazione col Centro studi Assobiomedica.

Nonostante l'intervento in laparoscopia presenti numerosi vantaggi per il paziente e per il Sistema Sanitario nazionale in termini di ripresa post-operatoria e di risparmio economico, in Italia la chirurgia mini-invasiva ha avuto una diffusione a macchia di leopardo, un fenomeno dovuto «non tanto a scelte basate su considerazioni medico-scientifiche, quanto da un problema di mancanza di equità di accesso», come sottolinea il presidente di Crea Sanità, Federico Spandonaro. «Rilevare i processi di accesso alle prestazioni sanitarie e quelli di diffusione delle tecnologie innovative sul territorio nazionale - prosegue il numero uno di Crea Sanità - è l'obiettivo che ci siamo dati nel creare l'Osservatorio PariSanità: individuando eventuali disomogeneità regionali è possibile pianificare azioni correttive necessarie a riequilibrare l'offerta sanitaria del Ssn, contribuendo a migliorare il Sistema e la tutela della qualità della salute dei cittadini».

Dei circa 374mila interventi effettuati nel corso del 2014 in diverse branche specialistiche, in meno di 4 casi su 10 si è ricorsi alla tecnica mini-invasiva, «con una disuguaglianza territoriale importante e preoccupante» che vede Marche, Sicilia, Campania e Calabria contendersi la maglia nera con una percentuale del 38,5%  contro il 61,5% degli interventi eseguiti con la tradizionale laparotomia. Non si tratta, tuttavia, dell'unico ritardo nella diffusione di tecnologie mediche innovative nel nostro Paese, come spiega il presidente di Assobiomedica, Luigi Boggio: «Sono troppe le tecniche d'avanguardia che non riescono a entrare nelle strutture sanitarie per problemi di natura economica, gestionale, di scarsa consapevolezza dei loro benefici sia da parte del personale medico-sanitario che dei pazienti. Si tratta di una questione che non va affatto sottovalutata. È necessario adottare quanto prima nuovi modelli di valutazione e introduzione delle innovazioni tecnologiche a livello nazionale in modo omogeneo».

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