Lunedi 20 novembre 2017 22:15

Sorrentino: «Mi spaventava che i miei figli crescessero a Napoli»
Il regista premio Oscar ha spiegato in un'intervista al Corriere i motivi del trasferimento a Roma. Le sue dichiarazioni sono destinate a far discutere.




«Una città molto amata, percorsa da una violenza esasperante. Mi sono trasferito a Roma quando sono diventato padre: mi spaventava che i miei figli crescessero là». Le dichiarazioni di Paolo Sorrentino su Napoli, rese durante un'intervista al Corriere della Sera, sono destinate a far discutere. Il regista premio Oscar ha spiegato senza mezzi termini il motivo del suo addio alla città natale, scegliendo di spostarsi nella Capitale. Lì, a Roma, ha ambientato "La Grande Bellezza", in cui vengono fuori tante contraddizioni.  «Io non ce l’ho con Roma. Ammiro la sua meravigliosa capacità di sopravvivenza. E sono avvilito dalla sua gestione così claudicante. Abito in un quartiere vivace, piazza Vittorio. Quando la degenerazione arriva, si percepisce subito. La sporcizia, la criminalità»

Sorrentino è un grande tifoso del Napoli. I suoi film sono disseminati di rimandi alla squadra azzurra. La passione per Maradona, poi, è cosa nota. Il Pibe de Oro fu inserito addirittura nei ringraziamenti al momento della consegna dell'Oscar. «A me Maradona ha salvato la vita. Da due anni - spiega Sorrentino - chiedevo a mio padre di poter seguire il Napoli in trasferta, anziché passare il weekend in montagna, nella casetta di famiglia a Roccaraso; ma mi rispondeva sempre che ero troppo piccolo». «Quella volta finalmente mi aveva dato il permesso di partire: Empoli-Napoli. Citofonò il portiere. Pensavo mi avvisasse che era arrivato il mio amico a prendermi. Invece mi avvertì che era successo un incidente».

«In questi casi - ricorda il regista - non ti dicono tutto subito. Ti preparano, un poco alla volta. Papà e mamma erano morti nel sonno. Per colpa di una stufa. Avvelenati dal monossido di carbonio. Io avevo sedici anni. Mia sorella più grande, Daniela, che già conviveva, venne eroicamente a vivere per un anno con me e mio fratello Marco. Poi rimasi da solo, nella casa al Vomero. Un tempo che ricordo come un limbo. Ero quasi in stato confusionale. Volevo fare lettere o filosofia, ma i miei cugini mi guardavano come fossi un alieno; così mi iscrissi alla facoltà che per me voleva mio padre, Economia. Non me ne sono pentito: mi piaceva. Cominciai però a scrivere sceneggiature. Mi mancavano cinque esami alla laurea, quando scelsi il cinema».

La passione per i colori azzurri è rimasta intatta negli anni e, per Sorrentino, è legata anche al ricordo paterno. «La prima volta che mio padre mi portò al San Paolo a vedere il Napoli ero molto piccolo. Il regista era Juliano, l’allenatore Vinicio, “O Lione”. Papà era un tifoso personale di Vinicio, quando lo mandarono via smise di andare allo stadio. A dieci anni mi abbonai al Napoli di Krol. Maradona non l’ho mai conosciuto: gli ho parlato pochi secondi, quando mi chiamò sull’aereo che stava per decollare da Los Angeles dopo l’Oscar, con la hostess che mi diceva di spegnere. L’ho messo in scena in The youth : un attore argentino che palleggia con una pallina da tennis; ma è un trucco del computer. Messi non avrà mai il carisma di Diego, venuto a riscattare una squadra e una città che non avevano mai vinto».

© Riproduzione riservata