Martedi 22 agosto 2017 20:41

Il porto e la città di Vivara preistorica rinascono in 3D




Nel XVII secolo a.C., l'isolotto di Vivara, nel Golfo di Napoli, ospitava un articolato insediamento umano ed era uno dei porti di riferimento nella zona. È quanto emerge dagli studi su lunghi scavi archeologici cominciati nel lontano 1975 dall'archeologo Massimiliano Marazzi, oggi alla guida del centro Euro Mediterraneo per i beni culturali dell'università Suor Orsola Benincasa di Napoli, e che, grazie alle moderne tecnologie, hanno portato gli studiosi a poter ricostruire al computer in 3D la civiltà che si sviluppò sull'isola, che all'epoca era ancora un promontorio attaccato all'isola di Procida. Quella di Marazzi e del suo team è una ricerca nata dall'idea di riportare alla luce uno dei siti preistorici più interessanti del bacino del Mediterraneo ma che ha dovuto fare i conti con il notevole abbassamento verticale del fondo marino dell'isola: oggi molti degli insediamenti del passato si trovano infatti a 14 metri sotto il livello del mare. Tuttavia la ricostruzione è stata possibile grazie all'uso di moderne tecniche di rilevazione subacquea tridimensionale, usate per la prima volta in Italia, proprio a Napoli all'università Suor Orsola Benincasa. Si è potuto così ricostruire l'intero insediamento capannicolo, che occupava all'origine tutta la superficie dell'isola e degradava in terrazzamenti articolati in scale, viottoli e grandi abitazioni a pianta rettangolare, giù fino al mare. «Su un pianoro naturale che domina la punta dell'Alaca - spiega Marazzi - sono venute alla luce le tracce più interessanti dell'abitato risalente al XVII secolo a.C. rappresentate dai resti di due grandi capanne (di circa 4 metri di larghezza e più di 8 metri di lunghezza) che hanno restituito gli arredi che accompagnavano la vita degli antichi vivaresi: decine di ciotole e grandi vasi per la conservazione di alimenti, le piastre fittili per cuocere, punte di freccia, lame e ceselli in pietra per la caccia e la lavorazione delle pelli, gli attrezzi per la filatura della lana». «Abbiamo scoperto - prosegue Marazzi - decine di frammenti di vasi torniti e decorati provenienti dalla Grecia micenea del XVII secolo a.C., l'epoca di quelle tombe a pozzo, ricche di ori e di armi, che furono scoperte alla fine dell'800 dall'archeologo dilettante tedesco Heinrich Schliemann. Desumiamo quindi che a Vivara giungeva dalle coste tirreniche centrali e forse anche dalla Sardegna quel minerale di rame che, assieme allo stagno, rappresentava il bene più importante per le civiltà dell'epoca, in quanto essenziale per la produzione di armi e strumenti in bronzo». Il progetto sarà presentato a Procida il prossimo 7 settembre in occasione del convegno dedicato al tema "Il progetto Terra e le prospettive di ricerca e collaborazione mediterranea nel settore dei beni e del turismo culturali". © Riproduzione riservata