Mercoledi 22 novembre 2017 02:50

«Que linda es Cuba». All’ex Opg una mostra fotografica sull’isola della “revolucion”




«Cuba, qué linda es Cuba!/ quien la defiende la quiero mas. Cuba, qué linda es Cuba!/ ahora que es libre la quiero mas». Così recitavano i versi di Eduardo Saborit a metà del secolo scorso. Erano gli anni '60 e le vicende politiche della piccola isola caraibica infiammavano gli animi, e l’immaginario comune, di una generazione che salutava la "revolucion"con un fermento quasi religioso, come fossero il segno dell'ascesa di una terrena Basileia tou theu, le gesta di Castro e Guevara annunciavano a tutti che un altro mondo era possibile. Gli anni però scorrono indifferenti sulla immota linea del tempo, gli uomini si susseguono come increspature, piccole onde sulla superficie della storia, e della Cuba raccontata nella lirica campesina, quella de «Una luna tan brillante que se pierde en la dulcura de la cãna, y un Fidel che vibra en las montanãs» ci si chiede cosa resta? Quali sono le tracce di quella stagione di cambiamento che consegnò al mondo una delle repubbliche socialiste più longeve? Qual'è la sensibilità con cui, oggi, accogliamo nel pensiero  l’isola-rifugio di Hemngway? In tempi di globalizzazione si sa, è difficile compenetrarsi nello spirito di un luogo dove sembra che il tempo sfugga alla quantificazione per manifestarsi, esclusivamente, nell'intensità degli stati di coscienza. «Certo, chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche» cantava Lucio Dalla, e quindi in forza al pensiero unico neo liberale, del profitto tout court, la qualità lascia il posto alla quantità, e gli animi fiaccati delle nuove generazioni che, ormai, non si riconoscono più come destino comune ma come individui singoli, monadi isolate che apparentemente si armonizzano nel mercato del lavoro mondiale, sembrano essere forieri di un messaggio o di un triste presagio, a seconda dei punti di vista, di cambiamento. E dunque per scoprire, o riscoprire, Cuba ai giorni nostri che GalleRi Art e GalleЯiart SpaZio31hanno organizzato, in occasione del secondo incontro della rete italiana di cuba_005solidarietà con la rivoluzione bolivariana «Caracas ChiAma», una mostra fotografica intitolata «Cuba, que linda es Cuba», scatti di struggente realismo che ritraggono, in staccati di vita comune, volti e immagini che mescolano, e al tempo stesso differenziano, la Cuba di oggi con quella di ieri. All'inaugurazione della mostra, tenutasi ieri mattina presso l'ex Opg occupato "Je so pazz" di via Imbriani, erano presenti anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e una rappresentanza consolare venezuelana. Ricordiamo che l'evento, aperto al pubblico dal 12 al 17 aprile, si innesta nel quadro di un ampio dibattito socio-culturale, un incontro di solidarietà tra comunità differenti per discutere dell'attuale situazione storica in Venezuela e offrire spunti di riflessione sul panorama politico internazionale. L'itinerario che accompagnerà i visitatori, in questo suggestivo viaggio tra luci e ombre del popolo cubano, è tracciato attraverso gli scatti di due giovani fotografi partenopei, Luca Sola e Daniele D'Ari, entrambi affascinati  a tal punto dalla singolarità della storia dell'isola e dalle sue vicende politiche e umane, tanto da essere spinti a realizzare un affresco, fatto di "scatti di strada" e volti comuni, che mettono in risalto, con straordinaria efficacia, la bellezza dei luoghi e lo stridente contrasto delle espressioni ritratte, indice di "diverse sensibilità", che attraversa l'animo di quasi oltre tre generazioni di cubani. «Ciò che mi ha colpito maggiormente - ha dichiarato Luca Sola - è il cambiamento di qualità che ho notato negli sguardi dei vecchi cubani in confronto ai giovani. Nel corso deicuba_024 miei viaggi a Cuba, e dagli innumerevoli scatti che ho effettuato, ho notato che - prosegue Sola -  negli occhi delle persone anziane che vivono sull'isola, nonostante  la modestia dei possedimenti materiali, vive una luce, un fulgore, che è un misto tra gioia e fierezza. Come se trasmettessero qualcosa, del tutto sconosciuto alla nostra generazione, che li leghi come un cordone ombelicale alle vicende della rivoluzione, alla voglia e ai sentimenti che mossero un piccolo popolo ad unirsi, con tenacia e amore, per fronteggiare un nemico e vincerlo nonostante l'asimmetria del confronto, un sentimento di unità che trasformò un piccolo popolo in una grande realtà. Nei giovani invece - conclude Sola - si nota nello sguardo una vena malinconica, come se la durezza della vita sotto l'embargo abbia sopito l'orgoglio e mutilato l'identità di gente che, addirittura, è riuscita ad «essere» nonostante l'ingombrante presenza degli Usa, che da decenni cerca di incidere sulla vita e sulle scelte di un intero paese». Altrettanto profonda e interessante è la riflessione offerta da Daniele D'Ari, a margine della presentazione del suo lavoro, per raccontare i suoi pensieri e le sue impressioni circa il cambiamento, e le possibilità, che si schiudono dinanzi alle nuove leve cubane. «Da 150 anni in lotta - scrive Daniele D'Ari - per affermare il diritto all'autodeterminazione; da 53 al potere per dimostrare che un altro mondo è possibile; da 50 anni sotto embargo; da 20, forse, la sola  Repubblica Socialista rimasta sul pianeta. Arrivare a Cuba è come fare un  viaggio nel tempo». Il commento del giovane fotografo, specializzato in antropologia culturale presso la Federico II di Napoli, prosegue verso un interrogativo che, in un certo qual modo, eccede la meraviglia che attanaglia coloro i quali si imbattono nella bellezza «selvatica e promiscua» di Cuba, aprendo a «una nuova contraddizione che sembra palesarsi: quella generazionale». «Le persone anziane - continua Daniele D'Ari - hanno  memoria di cosa fosse Cuba prima del trionfo della Revoluciòn, quando a farla  da padrone erano le multinazionali statunitensi (United Fruit Company in  testa); sanno che se hanno imparato a  leggere e scrivere, se hanno una assistenza sanitaria con standard da primo  mondo, questo lo devono alla Rivoluzione. Ma, come sempre nella storia,  il vecchio cede il posto al nuovo. Il nuovo sono le giovani  generazioni, vero e proprio ago della bilancia per le sorti dell'Isla Grande. Saranno loro - conclude D'Ari - i giudici, la  terza generazione, coloro che non hanno una memoria storica di come fosse la  vita quotidiana prima della Rivoluzione, ma che della Rivoluzione e della  globalizzazione sono i figli… Sarà parricidio?». © Riproduzione riservata