Crisi economica, in Campania è ecatombe commerciale. Chiusi 70mila negozi

09 ottobre 2015



NAPOLI - Non accennano a diminuire le chiusure delle attività commerciali che da tempo si registrano su tutto il territorio campano. L'emorragia di negozi sembra anzi aver raggiunto livelli mai registrati prima, come attesta uno studio condotto dall'Osservatorio Confesercenti che ha constatato la presenza di circa 70mila negozi sfitti nell'intera Regione. Dati allarmanti, che rivelano una situazione particolarmente drammatica soprattutto nella città di Napoli, dove le vetrine definitivamente chiuse tra i soli mesi di gennaio ed agosto sono state ben 857, senza tener conto dei 222 bar e locali pubblici costretti a chiudere i battenti nello stesso periodo.

«I consumi interni ripartono, seppure lentamente, ma la crisi del commercio non si arresta - è il commento di Vincenzo Schiavo, presidente della Confesercenti Campania - E la desertificazione di attività continua ad avanzare: in Italia ci sono ormai oltre 627mila locali sfitti per mancanza di un’impresa che vi operi all’interno. La situazione è grave, molto grave. E questo grido di allarme deve essere raccolto,per davvero stavolta, dalla politica». Uno scenario che, secondo Schiavo, si deve anche alle nefaste conseguenze causate da una politica fiscale che ha aggravato ulteriormente lo stato di salute delle attività commerciali, già fiaccate dalla pesante crisi economica degli ultimi anni e ora sottoposte ad una pressione fiscale che rende impossibile fare impresa. «Ci sono delle specifiche responsabilità tra Regione, Province e Comuni - spiega il presidente regionale della confederazione - non possiamo continuare all’infinito a sostenere e promuovere le imprese e gli esercizi commerciali se le regole fissate dalla politica sono così feroci e crudeli da causare la chiusura di migliaia di realtà ogni anno. In media siamo anche oltre il 60% di tasse e oneri fiscali. In queste condizioni è fisiologico e inevitabile che gli esercizi commerciali finiscano per alzare bandiera bianca».

Al prelievo fiscale giunto ormai alle stelle si aggiunge un altro tasto dolente per i tanti commercianti del territorio rappresentato dall'aumento spropositato dei canoni di locazione. «La crisi economica, le liberalizzazioni e gli affitti, che soprattutto nelle aree di pregio sono sempre più elevati stanno svuotando le città di negozi», sottolinea il leader nazionale di Confesercenti, Massimo Vivoli, che identifica in questi tre fattori le principali cause dello scenario attuale, proponendo «l’inserimento nella prossima legge di stabilità di un meccanismo "combinato", vale a dire una norma che permetta di introdurre canoni concordati e cedolare secca anche per gli affitti di locali commerciali». Un sistema già previsto per gli affitti delle case e che potrebbe essere introdotto anche per il settore del commercio attraverso un accordo tra proprietari immobiliari, rappresentanti delle imprese commerciali e amministrazioni territoriali. Così facendo «si potrebbe favorire, in un momento di ripartenza dell’economia, la ripresa del mercato immobiliare, dando allo stesso tempo nuovo impulso alla rinascita del commercio urbano e delle botteghe». Una soluzione, quella ipotizzata da Schiavo, che avvantaggerebbe tutti, a partire dal proprietario dell'immobile che se ne avvantaggerebbe dal punto di vista fiscale, passando per le attività commerciali, che corrisponderebbero un canone ridotto, per arrivare all’amministrazione comunale che realizzerebbe un doppio investimento: a livello sociale, ripopolando le aree della città ormai desertificate dal punto di vista commerciale, e a livello fiscale.

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