Venerdi 17 novembre 2017 22:23

«Il Sud Italia rischia di non risollevarsi mai più», il Rapporto Svimez mostra il dramma del Mezzogiorno




ROMA - «Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all'area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente». E' la triste fotografia della situazione economica del Mezzogiorno secondo il Rapporto Svimez 2015, presentato quest'oggi a Roma. Dati preoccupanti, drammatici, che mostrano una situazione che - al di là delle promesse dei politici - non è mai stata seriamente affrontata nelle stanze del potere romano. Nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%); il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di 15 anni fa; negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell'industria in senso stretto addirittura del 59%; nel 2014 quasi il 62% dei meridionali guadagna meno di 12mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord. Analizzando il periodo precedente, quello tra il 2008 e il 2014, le rilevazioni mostrano un quadro altrettanto avvilente. Nei sei anni in cui la crisi ha stretto in una morsa le economie di tutto il mondo, il Sud ha riportato le perdite più pesanti rispetto al panorama italiano. Il Pil di Puglia (-12,6%), Sicilia (-13,7%), Campania (-14,4%) è crollato, affossando le economie delle tre grandi regioni del Mezzogiorno. Aprendo la forbice della rilevazione al periodo 2001-2014 la performance del Sud è di molto peggio anche rispetto alla vituperata Grecia. Il tasso di crescita cumulato in quegli anni è stato + 15,7% in Germania, +21,4% in Spagna, + 16,3% in Francia. Negativa la Grecia, con -1,7%, ma mai quanto il Sud, che, con -9,4% tira giù al ribasso il dato nazionale (-1,1%), contro il +1,5% del Centro-Nord. Un'economia in crisi significa povertà con l'ovvia conseguenza della contrazione dei consumi. Si riducono nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. In generale nel 2014 i consumi pro capite delle famiglie del Mezzogiorno sono stati pari al 67% di quelli del Centro-Nord. Guardando invece agli anni di crisi 2008-2014, la caduta cumulata dei consumi delle famiglie ha superato nel Mezzogiorno i 13 punti percentuali (-13,2%), risultando di oltre due volte maggiore di quella registrata nel resto del Paese (-5,5%). Brutte notizie, anzi pessime, anche per quanto riguarda gli investimenti. Anche nel 2014 gli investimenti fissi lordi hanno segnato una caduta maggiore al Sud rispetto al Centro-Nord: -4% rispetto a -3,1%. Dal 2008 al 2014 sono crollati del 38% nel Mezzogiorno e del 27% nel Centro-Nord, con una differenza tra le due ripartizioni di 11 punti percentuali. Minori investimenti significano una ridotta produttività a livello industriale. Nel 2014 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil è stata pari al Sud all’8%, un dato ben lontano dal 17,9% del Centro - Nord e dal 20% fissato dalla Commissione europea nella nuova strategia di politica industriale. In deciso ribasso anche la capacità produttiva; rispetto ai livelli pre crisi il Sud ha perso oltre il 30%, contro il -17% del Centro-Nord e il -5% della media della Ue a 28. Negative al Sud nel 2014 anche le esportazioni, -4,8%, che sono cresciute invece nel Centro-Nord (+3%). Stesse dinamiche se si osservano gli anni 2008-2014: -2,1% al Sud, +11,1% al Centro-Nord. L'effetto dei dati riportati finora è un tasso di disoccupazione fuori controllo. Il livello di occupazione nel Mezzogiorno nel 2014 è lo stesso del 1977, primo anno in cui sono disponibili le serie storiche dell'Istat. In pratica la situazione è drammatica quanto 40 anni anni fa. Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2014 registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133mila). Il Sud, invece, ne ha persi 45mila. Il numero degli occupati nel Mezzogiorno torna così a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni. L'arretratezza emerge anche dall'analisi dei dati dell'occupazione femminile. Al Sud lavora solo una donna su cinque. Quanto ai giovani, la situazione è tragica. Il Rapporto Svimez parla di "una frattura senza paragoni in Europa" riguardo il problema della disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno. Gli under 34 hanno visto perdere in Italia dal 2008 al 2014 oltre 1 milione e 900mila posti di lavoro, pari a -27,7%; quasi il -32% al Sud. Il Sud negli anni 2008-2014 perde 622mila posti di lavoro tra gli under 34(-31,9%) e ne guadagna 239mila negli over 55. Il tasso di disoccupazione arriva nel 2014 al 12,7% in Italia, quale media tra il 9,5% del Centro-Nord e il 20,5% del Sud. Colpiti ancora i più giovani: gli under 24 nel 2014 registrano un tasso di disoccupazione del 35,5% nel Centro-Nord e quasi del 56% al Sud. La dura realtà italiana che diventa tragica quando si scende sotto il Garigliano toglie la speranza ai giovani, sempre meno portati a continuare gli studi dopo il periodo dell'obbligo scolastico. Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. I 3 milioni 512mila giovani Neet (Not in education, employment or training) nel 2014, sono aumentati di oltre il 25% rispetto al 2008. Di questi, quasi due milioni sono donne, e quasi due milioni sono meridionali. E lo Stato? Secondo il Rapporto Svimez anche l'Istituzione pubblica sta contribuendo all'impoverimento del Mezzogiorno. Il crollo della spesa in conto capitale, a danno del Sud - In tempi di spending review, è interessante rilevare che a livello nazionale dal 2001 al 2013 la spesa pubblica in conto capitale è diminuita di oltre 17,3 miliardi di euro, passando da 63,7 a 46,3 miliardi di euro. Fatto pari a 100 il livello complessivo del 2001, nel 2013 la spesa è scesa al 72,2%, quale media tra l’80% del Centro-Nord e il 61% del Sud. In altri termini, dal 2001 al 2013 la spesa nel Mezzogiorno è diminuita di 9,9 miliardi di euro, passando da 25,7 a 15,8. In più, la spesa complessiva in conto capitale della PA è arrivata a pesare nel Mezzogiorno nel 2013 sul totale del Paese per il 34,1%, cifra nettamente inferiore all’obiettivo programmatico del 45% fissato in vari documenti di programmazione nei primi anni Duemila. Giù inoltre soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52%, pari a oltre 6,2 miliardi di euro. A trainare al ribasso i trasferimenti, il crollo degli incentivi alle imprese private. © Riproduzione riservata