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Il «Caso Napoli», quando il club azzurro accusò la Lega Calcio di essere “nordista”




E' stata l'estate più calda e velenosa della storia del Calcio Napoli, tra una lotta salvezza disperata, errori arbitrali e scandali-corruzione, con il club azzurro in prima fila a difendere l'orgoglio del Sud e a tuonare contro il cartello settentrionalista rappresentato dalla Lega Calcio. Due mesi di accuse, ricorsi, appelli, una guerra senza quartiere poco conosciuta passata alla storia come «Caso Napoli». E' la stagione 1947/48, allargata per l'occasione a 21 squadre per consentire alla Triestina, ripescata per "motivi patriottici", di continuare a giocare in massima serie nonostante l'ultimo posto dell'anno precedente. Il campionato se lo aggiudica il Grande Torino, che con le 125 segnature in stagione realizza un record ancora oggi imbattuto, l'ultima grande impresa di una squadra leggendaria che scomparirà pochi mesi dopo nella tragedia di Superga. Dietro i granata, a pari punti, la Juventus, il Milan e proprio la Triestina del paròn Nereo Rocco. Nella parte bassa della classifica si accende invece un'avvincente lotta per non retrocedere, in cui è impelagato anche il Napoli.

Con il Vicenza ormai condannato, sono ben dieci le squadre coinvolte nella bagarre salvezza: Inter, Lucchese, Bari, Genoa, Livorno, Roma, Sampdoria, Salernitana e Alessandria si giocano, assieme agli azzurri, la permanenza in serie A. Quattro le retrocessioni previste, e il Napoli è tra le squadre messe peggio. La storia che stiamo raccontando inizia il 20 giugno del 1948. Quel giorno, a San Siro, è in programma lo scontro diretto Inter-Napoli, terzultima di campionato. I nerazzurri vincono 1-0 tra mille polemiche e, complici i risultati positivi di tutte le altre concorrenti - vincono Genoa, Bari, Livorno e Salernitana, pareggiano Roma, Sampdoria e Lucchese - il Napoli è di fatto destinato alla serie B. Nonostante le vittorie nelle successive due partite contro Lucchese e Bari, la squadra non riesce infatti ad andare oltre il quart'ultimo posto e saluta la serie A. Il club azzurro però non ci sta, è convinto di aver subito un furto nella gara di Milano e presenta ricorso, accusando il direttore di gara Ferruccio Bonivento di aver falsato l'incontro: tra gli episodi contestati, un rigore non concesso per un fallo su Barbieri e un gol regolare annullato a La Paz per una presunta carica irregolare sul portiere interista Franzosi.

Tre giorni dopo la Commissione di Appello Federale apre quindi un'inchiesta. Il Napoli, per dimostrare la veridicità della sua tesi e ottenere la ripetizione della partita, presenta addirittura un documentario cinematografico della gara dove la rete annullata al suo centrocampista rappresenta l'episodio saliente, una sorta di prova televisiva ante-litteram che infonde fiducia nell'ambiente partenopeo. Ma l'esito del ricorso affossa ogni speranza: il 29 luglio la Caf stabilisce che non vi è stato alcun errore tecnico e che, soprattutto, la prova visiva non è contemplata nei regolamenti federali. Neanche il tempo di riprendersi dalla mazzata che scoppia una vera bomba: due giorni dopo, il 31 luglio, la Lega Calcio dichiara il Napoli colpevole di tentata corruzione. L'accusa parte da Renato Dall'Ara, presidente del Bologna, e fa riferimento alla partita disputata in Emilia tra i padroni di casa e il Napoli, vinta dagli azzurri per 1-0 con gol allo scadere di Krieziu. Nella partita in questione, disputata il 6 giugno, Dall'Ara riscontra uno scarso rendimento di alcuni suoi uomini e ordina un'inchiesta per assodare eventuali responsabilità. Si parla di un incontro avvenuto a Bologna alcuni giorni prima del match tra il presidente Muscariello e Paolo Innocenti, con allenatore, dirigenti e giocatori rossoblu, qualcuno dirà poi di aver udito in campo frasi dal significato inequivocabile.

Il Napoli, in sostanza, viene accusato di aver comprato la partita, dietro il pagamento di tre milioni di lire. Il club azzurro viene così retrocesso all'ultimo posto, il presidente Muscariello e Innocenti inibiti a vita a ricoprire incarichi ufficiali, Barbieri squalificato per tre mesi insieme ad alcuni giocatori del Bologna. E' ormai guerra aperta. Muscariello dalle pagine de Il Corriere dello Sport professa la sua totale estraneità alla vicenda («Quando ho appreso il provvedimento che mi riguarda sono cascato dalle nuvole - si legge nell'edizione del 2 agosto - Io a Bologna non ho visto né ho parlato e tanto meno avvicinato nessuno. Non so proprio nulla di questa faccenda»), ed annuncia una querela per diffamazione contro la Lega e il suo presidente, Piero Pedron. Infine, il 3 agosto del 1948, indice un'assemblea delle squadre meridionali di serie A, B e C nel corso della quale, accusando apertamente la Lega di essere un'organizzazione nordista, ne chiede l'immediato spostamento a Firenze. Parte l'ennesimo ricorso al Caf, che questa volta non solo non viene neanche valutato, ma per le sue conseguenze rischia di diventare un pericoloso boomerang: l'azione si configura infatti come una violazione della clausola compromissoria. Il Napoli è a un passo dalla radiazione dal calcio italiano. Per tutto il mese di agosto sulla società partenopea pende la sentenza dell'inchiesta aperta dalla Federazione. Al Napoli, accusato di insubordinazione, non resta che la resa. Soltanto il 30 agosto 1948 la società viene riammessa nei ranghi dal Consiglio Federale. La squadra può così disputare il campionato 1948/49. Ripartendo, ovviamente, dalla serie B.

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