Domenica 19 novembre 2017 16:05
Diario Partenopeo

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“L’anno infaustissimo” di Napoli: la peste del 1656, la più grande tragedia della storia della città




Immaginate una città popolata di fantasmi, stritolata da un male invisibile che uccida migliaia di innocenti ogni giorno, dove le strade siano lastricate di cadaveri, dove i genitori abbandonino i figli, e i figli i genitori. Tutto questo è stato Napoli, in quello che il canonico Carlo Celano definisce l'anno infaustissimo della nostra città. Una tragedia dalle proporzioni immani che parte da lontano, nel tempo e nello spazio.

Quando la peste arriva in Spagna, trasportata da un bastimento proveniente da Algeri, a Napoli ancora infuria la rivolta di Masaniello del 1647. Il contagio inizia a diffondersi in Valenza nel mese di luglio di quello stesso anno, giunge in Catalogna e arriva più tardi in Sardegna, quartier generale delle truppe del vicerè di Napoli. A quel punto il destino della città è segnato, una delle navi infette parte dall'isola e, via Civitavecchia, attracca al porto. E' il 1656.

La città, capitale del viceregno spagnolo, è intenta a celebrare il Carnevale, ancora ignara del fatto che la peste sta intanto iniziando a mietere le sue prime vittime nei quartieri del Mercato e del Lavinaio. E' opinione diffusa che il primo morto sia stato un certo Masone, un capopolo reduce dai moti di Masaniello, ritornato dall'esilio in Sardegna a bordo di una delle navi spagnole. Ammalatosi, sarebbe deceduto in casa nei pressi di vico Pero. La seconda vittima sarebbe stata invece tale Carlo De Fazio, che avrebbe assistito proprio il Masone durante il suo ricovero all'ospedale dell'Annunziata. Poi, a seguire, sarebbero rimaste vittima la madre di De Fazio, e poi ancora il padrone di casa di costei, che dopo la morte della donna aveva pensato di rifarsi della mancata riscossione del pigione appropriandosi dei suoi materassi infetti.

Tra i primi a notare i sintomi un medico di Sala Consilina, il dottor Geronimo Gatta, che convocato nel carcere di Vicaria a visitare un gentiluomo, aveva riscontrato in costui dolore sotto l'orecchio sinistro e alla gola, febbre acuta, urina nera come inghiostro. La morte dell'infermo, avvenuta dopo pochi giorni, induce il medico ad affermare la presenza in città di una mezza peste, al punto che egli stesso decide di fuggire via temendo per la propria vita.

Anche alcuni funzionari spagnoli, addetti al conteggio delle famiglie per il censimento, si accorgono che qualcosa di strano sta accadendo al Lavinaio, dove i decessi si susseguono rapidi e fulminei.

Il Governo viene così a sapere dell'epidemia in atto, grazie anche al coraggio del dottor Giuseppe Bozzuto, un medico dei quartieri bassi, che presta la sua opera nell'eroico ma vano tentativo di constrastare l'avanzare del morbo. Per il vicerè Garcia de Avellanada, conte di Castrillo la questione deve però restare segreta, Bozzuto viene chiuso in prigione (morirà egli stesso di peste poco dopo) e la popolazione continua a essere tenuta all'oscuro di tutto, senza che nessun provvedimento venga preso.

Ma presto non ci sarà più nulla da nascondere. La peste viaggia veloce perchè trova a Napoli terreno fertilissimo. La popolazione nel corso di tutto il Seicento è cresciuta a dismisura, oltre quattrocentocinquantamila abitanti disordinatamente rinchiusi all'interno dello stretto perimetro delle mura, per via del divieto di edificazione al di fuori di esse. Un sistema fognario inadeguato, numerosi animali in giro per le strade e condizioni igieniche precarie favoriscono il propagarsi del morbo. A maggio l'evento esplode in tutta la sua drammaticità.

In città inizia a spargersi la notizia che al Lavinaio un'intera famiglia composta da sette persone è stata sterminata dal morbo. I napoletani vengono colti da un'isteria collettiva, qualcuno vede nel contagio una punizione divina con la quale il Padreterno intende punire la popolazione per la sommossa di Masaniello di nove anni prima, qualcun'altro incolpa, più o meno per gli stessi motivi, il governo spagnolo, reo di aver diffuso la malattia attraverso della lana pestifera proveniente dall'Africa, dandola a filare alle donne della plebe, onde a decimare e svigorire con un contagio mortalissimo un popolo irequieto e rivoltoso.

Per veicolare la rabbia dei napoletani altrove, gli uomini del vicerè mettono allora in giro la voce che i responsabili del contagio sarebbero i francesi che, per ordine di Enrico II Duca di Guisa, avrebbero preso a spargere per la città polveri velenose, nei cibi, nelle chiese, sulle monete. Inizia una caccia all'uomo spietata, chiunque sia straniero, abbia uno strano accento, sia vestito in modo insolito o sia semplicemente tornato in città dopo un certo periodo di tempo è potenzialmente colpevole e preda della furia dei cittadini. In quei giorni a Napoli si consumano atti di crudeltà disumana: una donna, sospettata di essere un'untrice, viene uccisa al Mercato e il suo cadavere trascinato per i capelli dalla folla inferocita, un'altra viene fatta a pezzi per le stesse ragioni e gettata dal ponte della Maddalena insieme al figlio di pochi mesi. Il governo si pone, dinanzi a questi episodi, con un atteggiamento piuttosto ambiguo. Da una parte tenta di porvi un freno punendo chiunque provi a fare giustizia sommaria, come dimostra la condanna a morte di Agostino Lanzuolo, che si era reso responsabile di linciaggio. Dall'altro conferma le superstizioni popolari: accade così che un certo Vittorio Angelucci, accusato di aver diffuso il morbo con la polvere avvelenata, viene spedito dalle autorità alla ruota insieme ad altre cinque persone.

La peste è ormai inarrestabile, favorita anche dalle pratiche religiose: processioni, giubilei, preghiere collettive aumentano a dismisura le occasioni di contagio. Come tentativo estremo per placare la furia della malattia, si prova a invocare la clemenza di suor Orsola Benincasa, in virtù di una profezia secondo cui la santa avrebbe concesso la grazia alla popolazione se le fosse stato dedicato un romitorio. Alle pendici del Vomero si inizia così la costruzione di un eremo a lei consacrato. Vi prendono parte tutti coloro ancora in grado di reggersi sulle proprie gambe, all'ombra della Certosa di San Martino arrivano volontari da ogni quartiere. L'effetto è un ulteriore incremento della peste.

Il 23 maggio, finalmente, il Governo riconosce ufficialmente la peste e si decide ad emanare le prime prammatiche e a mettere in atto alcuni provvedimenti. Le abitazioni dei morti appestati vengono sigillate, e ai parenti fatto obbligo di restar chiusi nelle case, mantenuti a spese del governo. I mobili e gli abiti dei defunti vengono bruciati, viene fatto divieto di seppellire i cadaveri nelle chiese, mentre gli ammalati vengono condotti, anche contro la loro volontà, nei lazzaretti o negli ospedali.

E' però troppo tardi, a Napoli si contano ormai duemila, tremila, nel periodo più acuto fino a cinquemila vittime al giorno, la capitale del Regno è in ginocchio. Il viceconsole della Repubblica Veneta, nel riferire dei fatti al suo governo, la definisce non più città, ma spelonca di morti. Via Toledo e le strade del centro sono ingombre di cadaveri e moribondi, ammucchiati l'uno sull'altro, al punto che le carrozze vi passano sopra come fossero un selciato. Si cerca di trasportare i morti nella grotta degli Sportiglioni a Poggioreale o alle Fontanelle, ma i mezzi non sono sufficienti, molti finiscono in mare per poi ritornare sospinti dalle onde sulla spiaggia di Chiaia. La città soffoca, asfissiata dalla calura estiva e dal tanfo emanato dai corpi in putrefazione.

Le botteghe restano chiuse per mesi, le campagne sono abbandonate, il porto è desolato. Le scene descritte dai cronisti dell'epoca sono agghiaccianti e vanno oltre ogni possibile immaginazione. La gente vaga senza meta per quella è ormai una città fantasma. I bambini, rimasti orfani e senza assistenza, non hanno speranze di sopravvivere, mentre tantissimi lattanti, infettati dal morbo, vengono lasciati per strada e consegnati dai loro genitori all'arbitrio dei beccamorti. Molti, per porre fine alle loro sofferenze, si gettano a capofitto dalle alture, nei pozzi, dai tetti dei palazzi. Coloro che hanno ancora la forza abbandonano la capitale nell'illusione di trovare ricovero nelle altre città del regno, per vedersi però respinti alle porte dalla spietata sorveglianza imposta dalle disposizioni vicereali.

Poi accade un miracolo. In piena estate, il 14 agosto, quando sembra non esserci più speranza, una pioggia immensa si abbatte su Napoli. Il nubifragio fuori stagione si rivela decisivo per le sorti della città. L'acqua spazza via gli umori pestilenziali e purifica l'atmosfera. Sotto l'impeto dell'acquazzone la fogna di via Toledo, riempita dei corpi degli appestati, straripa e diventa un torrente di cadaveri, corrode le fondamenta dei palazzi e provoca il crollo di centinaia di abitazioni. Ma la peste inizia a rallentare la sua corsa, i decessi diminuiscono di intensità, i lazzaretti e gli ospedali a poco a poco si svuotano fino a che, nel dicembre di quello stesso anno, Napoli viene finalmente dichiarata libera di ogni sospetto.

Il bilancio finale, con tutte le sue incertezze, è raccapricciante. Sebbene le cifre dei morti siano state spesso esagerate, si ritiene che non siano stati meno di 250.000 i napoletani morti in quello che resta, senza ombra di dubbio, la più grande tragedia nella storia della nostra città.

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