Venerdi 18 agosto 2017 18:12
Diario Partenopeo

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Mauro Ventola, una chiacchierata fra nuovi reami di possibilità e scelte




NAPOLI - Mauro Ventola, classe 1990, studioso e ricercatore in psicosintesi e programmazione neuro-linguistica, ha accettato di incontrarci per raccontare ai nostri lettori del suo ultimo lavoro intitolato “Decidere dall’essere”, pubblicato dalla casa editrice Iemme, e della sua esperienza al convengo internazionale sul transpersonale, tenutosi a Milano, dove ha tenuto un intervento sull’Evoluzione Possibile dell’uomo di Peter Ouspensky. A distanza di circa un anno dal nostro ultimo incontro, durante il quale ci parlò della sua attività e della sua penultima pubblicazione, titolata “Pnl Generativa”, Mauro ha voluto raccontarci cosa è cambiato e cosa ha imparato da allora. Ci siamo incontrati lo scorso settembre e mi raccontasti della tua esperienza lavorativa e delle tue pubblicazioni. Cosa è cambiato da allora? «È cambiato tutto per me, o almeno in buona parte, a seguito di un convegno a Milano intitolato “Feeding the soul” (“Nutrire l’anima” ndr.) a cui ho partecipato come relatore (presenter), e al quale erano presenti alcuni tra i più grandi esperti del transpersonale al mondo. Uno dei temi del convegno era quella che è stata chiamata “la psicologia della sopravvivenza umana”, cioè, come gli effetti climatici, l’economia, l’ipercomplessità e altri fenomeni analoghi nei prossimi anni potranno spingerci ad un ripensamento della posizione dell’uomo in relazione al mondo, ma non con lo scopo di migliorarsi; piuttosto, perché esprimere il potenziale umano sarà l’unico modo per cambiare le cose. Insomma, come sviluppare nuovi reami di possibilità e di formazione per essere diversi e fare scelte diverse. È cambiato tutto, perché ho avuto l’opportunità di parlare con alcuni grandi del settore, fra cui Jim Garrison, fondatore dell’Ubiquity University, e Bernadette Blin, presidente dell’European Transpersonal Association, che mi hanno fatto capire chiaramente – dopo averli intervistati – che come diceva Ortega noi ragazzi abbiamo una missione specifica che si può realizzare soltanto portando queste idee del transpersonale ai giovani. Ci sono ragazzi che intuitivamente capiscono che le cose non stanno andando nel modo migliore, ma non hanno le distinzioni giuste per spiegarselo. Portare queste idee ai nostri coetanei è una delle strade per cambiare le cose. Questo mi ha cambiato moltissimo. Ho sviluppato l’intento di lavorare principalmente con i ragazzi.» A tuo avviso, la Pnl (programmazione neurolinguistica) dovrebbe e potrebbe essere inserita all’interno delle scuole? «Sì. La Pnl è solo una delle tre discipline di cui mi occupo, le altre due sono la Psicosintesi e la Quarta Via. Sono tre modelli. La Pnl, in particolare, è un mondo abbastanza vasto: è divisa in tre generazioni, poiché ha subito delle trasformazioni nel tempo. Io mi occupo di quella di ultima generazione. Essa si differenzia dalla prima e dalla seconda perché porta direttamente l’attenzione a ciò che sai fare bene, alla tua essenza, cercando di estrarne le caratteristiche e cercando di espandere i momenti in cui ti sei così. Mentre la prima e la seconda Pnl includevano aspetti terapeutici, concentrandosi su ciò che non va nell’individuo e cercando di ‘ripararlo’. Perciò ti rispondo di sì, sono stato anche invitato da una professoressa di liceo a parlare nella scuola, poiché uno dei più grandi doni che ti aiuta a realizzare la Pnl è lo sviluppo della chiarezza sul tuo senso di direzione. Che non è l’obiettivo, ma la tua visione a lunghissimo termine e, possibilmente, il senso di eredità, ciò che vuoi lasciare. È una cosa molto importante e sarebbe fondamentale portarla nelle scuole, perché potrebbe aiutare il ragazzo che si deve orientare, e che sarà uno degli uomini del domani – ritorna qui la questione del transpersonale – a scegliere sulla base del miglior senso di direzione possibile e sostenibile nei prossimi anni.» La Pnl così sembra una promessa che si fa a se stessi, senza porsi obiettivi, come una direzione che ci voglia indicare la via per scegliere “chi” vogliamo essere domani. È giusto? «Certo, è fondamentale questa cosa. Le differenze fra un obiettivo e un senso di direzione sono due: un obiettivo è misurabile ed è posto entro un breve termine, il senso di direzione è a lunghissimo termine, quindi svincolato dai problemi. Non consiste nel voler trovare lavoro o nell’avere un aumento in busta paga. Piuttosto esso riguarda il tipo di persona che vogliamo diventare e il tipo di messaggio vogliamo lasciare, qualcosa di sottilmente più astratto. Va benissimo dire che essa indica una vita verso “chi” voglio diventare, l’importante è che questa immagine che hai di te sia basata su un messaggio che vuoi lasciare e non su qualcosa che vuoi ottenere. Se mi creassi un’immagine di me nel futuro che contempla l’avere una particolare casa, una particolare donna e particolari oggetti materiali, avrei soltanto un modo per essere soddisfatto. Ma se mi creassi una rappresentazione futura del tipo di uomo che voglio diventare, ci sarebbero molte più variabili sotto il mio controllo. Potrei vivere in qualsiasi altro posto e occuparmi di qualsiasi altra cosa: la mia attenzione interna sarebbe sul messaggio che voglio trasmettere. Quindi il modo migliore per lavorare sul futuro è ragionare su che tipo di persona voglio diventare. Su quale eredità voglio lasciare. Su quali persone voglio salvare…» Quindi è a lunghissimo termine perché contempla anche ciò che è postumo «Sì, ed è un ragionamento che è in risonanza con la tua essenza, perché tiene fuori i problemi. Se ti chiedessi cosa vuoi fra un mese e mi rispondessi di voler superare un esame, c’è già un’inibizione di sottofondo, un problema implicito da oltrepassare. Se ti chiedessi, invece, come vuoi vivere a 90 anni,ciò che mi risponderesti conterrebbe il desiderio di aderire a dei valori, non dirisolvere dei problemi. Svegliarsi la mattina e trarre nutrimento dal senso di direzione è tutta un’altra energia piuttosto che farlo pensando alla prossima bolletta da pagare o al prossimo esame da superare.» Per arrivare a questo bisogna attraversare il momento della scelta, argomento portante del tuo ultimo libro “Decidere dall’Essere”, pubblicato lo scorso aprile da Iemme Edizioni. A cosa punta il tuo nuovo libro? «Le idee fondamentali del libro sono molto semplici: ho cercato di integrare e di evolvere una serie di modelli che parlano di decisioni, dalla Psicosintesi alla Pnl, dalla Quarta Via ad alcune intuizioni della filosofia esistenziale. La prima idea è che non si può non decidere: anche se non decidi nulla, stai comunque mandando un chiaro messaggio. Qualora evitassi di scegliere, la tua non-decisione porterà sempre con sé delle conseguenze. La seconda idea di fondo è che le decisioni non sono una funzione della mente, sono una funzione del livello d’essere o stato di coscienza in cui ti trovi. Quando ti trovi in uno stato reattivo, reagisci in maniera meccanica e le decisioni hanno una certa qualità. Quando sei in uno stato di maggiore coscienza, la qualità delle decisioni è diversa. Lo scopo del libro è di farti capire cos’è uno stato cosciente. In secondo luogo, una volta che ci sei, è quello di aiutarti a rispondere alla domanda “cosa voglio quando sono così?”. La terza idea riguarda il fatto che esiste una topografia delle decisioni ideali, cioè un contesto all’interno del quale, se alcuni elementi sono presenti, la qualità delle decisioni è più alta: il primo di questi elementi è l’essenza, il secondo è l’impegno in qualcosa di più grande di sé, e infine l’avere una direzione a lungo termine – un centro di gravità permanente. Per elevare la qualità delle decisioni basta anche solo uno di questi elementi. Ma quando tutti e tre sono presenti insieme, la persona percepisce che la decisione che sta prendendo è in linea con la chiamata o vocazione della propria vita…» Dunque, nel libro si parla di vocazione, che si distingue dalla semplice passione per qualcosa? «Sì, uno dei punti di differenza fra la passione e la vocazione è che nella vocazione c’è un impegno in qualcosa che ti trascende, è una promessa d’onore. La tua promessa al mondo. C’è anche la consapevolezza che se tu, in quanto unico detentore della tua biografia, non mandi fuori questo messaggio unico, priverai il mondo della possibilità di ascoltarlo. Se tradisci la tua vocazione non soltanto rinunci ad esprimerti, come dice Joseph Campbell, e la chiamata si ripresenterà come crisi, ma priverai anche il mondo dell’opportunità di trarre un beneficio dalla tua vita. A mio avviso, esistono al mondo una serie di persone che trarranno un enorme beneficio particolarmente dalla tua biografia.» Se fossi nato in una città diversa da Napoli, a parità di condizioni, le cose sarebbero potute andare in maniera diversa? «Questo discorso va scomposto in due livelli: il primo è il piano materiale e storico – di cui si occupano gli esistenzialisti – e l’altro è il piano spirituale dell’anima, perché l’idea di vocazionenon è solo esistenziale, ma anche transpersonale, perché presuppone che la tua ‘anima’ o ‘essenza’ debba esprimere qualcosa in questa vita. Dal punto di vista materiale, il contesto influenza totalmente. Ortega dice una frase molto significativa: “Io sono io e la mia circostanza”, l’insieme delle condizioni storiche in cui nasco. Quindi se ho delle opzioni in cui muovermi è perché sono nato a Napoli, qui ho conosciuto l’Istituto di Psicosintesi e ho conosciuto il professor Gargano… Quindi le mie possibilità sono in questo senso una funzione della mia circostanza. Da un’altra prospettiva, quella traspersonale, l’idea di vocazione è basata sul presupposto che esista un’anima, e che quest’anima abbia un progetto esistenziale da esprimere – cosa che credono tutte le psicologie traspersonali, da Jung ad Assagioli, passando per Maslow. Da questo punto di vista la vocazione non è una attività che ti esprime, e che dipende dal contesto storico. È piuttosto una qualità della tua essenza, qualcosa che ti porti dentro da quando sei bambino, e che è potenzialmente svincolata da ogni contesto.» “Decidere dall’essere” sembra un ritorno alla metafisica. È giusto? «Sono quasi spaventato dalla domanda. Assolutamente non è una metafisica e non vorrei mai che lo fosse, al contrario, non è neanche una teoria. Non è né l’una né l’altra, è un modello: a differenza di una teoria, un modello non ha la necessità di giustificarsi razionalmente, piuttosto è il risultato di una serie di esperienze: una mappa che può essere utile ad un'altra persona anche senza avere garanzia di validità. È un modello e non è una metafisica, perché nel senso più assoluto non vuole essere consolatoria. Se lo fosse, qualcuno dovrebbe sospettare della veridicità esistenziale del modello. Se scrivo qualcosa per consolare me stesso o qualcuno da una triste realtà, quel qualcosa è verosimilmente falso. Mentre io credo che la strada sia quella opposta: abbracciare la realtà. William Glasser, uno psichiatra, ha scritto un libro intitolato Reality Therapy, basato sull’idea che la sanitàpsicologica è direttamente proporzionale a quanto si è in grado di ammettere la realtà dei fatti a se stessi. A questo proposito una delle mie citazioni preferite proviene da Gurdjieff: “L'uomo è una macchina. Tutto ciò che fa, tutte le sue azioni, tutte le sue parole, pensieri, sentimenti, sono il risultato di influenze esteriori. Così com’è l’uomo non può fare nulla, perché per fare bisogna essere”. Per me questa frase è anti-metafisica, ti mette davanti un fatto concreto che dà la possibilità di ragionare, ma assolutamente non ho voluto scrivere un libro consolatorio.» Cosa hai capito negli ultimi mesi, all’indomani della pubblicazione del tuo quinto libro e della tua esperienza a Milano? «Voglio condividere con te e con i vostri lettori, in particolare rivolgendomi ai ragazzi, due cose che ho capito durante il convegno. Pier Luigi Lattuada, medico e psicoterapeuta e fondatore della Biotransenergetica, mi ha parlato della metafora del quadrato e del cerchio: immagina un quadrato, disegnagli attorno un cerchio e ti accorgerai che il primo tocca il secondo solo in quattro punti. Il quadrato rappresenta l’insieme delle nostre convinzioni, di ciò che sappiamo e che ci raccontiamo per sentirci certi. Il cerchio è l’esperienza della vita, momento per momento, infinitamente più vasta. Noi ci illudiamo che col ragionamento cogliamo interamente la verità, ma stando all’immagine del cerchio e del quadrato la cogliamo solo in quattro punti, limitatamente, e se restiamo nel quadrato, tutti gli altri possibilipunti del cerchio sono andati perduti. Ciò che ho compreso è che una delle più importanti sfide della nostra vita e del nostro tempo è di passare dal quadrato al cerchio. Questo vuol dire anche utilizzare tutti questi modelli come delle mappe, senza attaccarci ad uno specifico, come se fossero diverse finestre attraverso le quali si può ampliare la consapevolezza del cerchio. La seconda cosa l’ho compresa intervistando Jim Garrison e Bernadette Blin, tra le persone più straordinarie che abbia mai incontrato. Quando ho chiesto a Garrison quale, secondo lui, sia la missione storica dei giovani della mia generazione, ha risposto: “Tu e i ragazzi della tua età non dovete assolutamente fare lo stesso errore dei ragazzi della mia generazione. Dagli anni Sessanta, abbiamo creduto che occorresse riformare il sistema. Ma il sistema che cercavamo di riformare era già malato, c’è una malattia che esiste nelle sue fondamenta. La missione della vostra generazione è di creare da capo un intero nuovo reame di possibilità, anche se per farlo ti dovessi schierare contro una autorità costituita. Anche a costo di essere un rivoluzionario”. Successivamente, a Bernadette Blin ho chiesto come trovare il coraggio di essere rivoluzionari, poiché il mondo non li perdona tanto facilmente… Mi ha risposto: “Se riesci a vedere, non a capire mentalmente… ma a vedere con gli occhi del cuore quanto le persone attorno a te soffrono, senza sapere perché, e soprattutto dove il mondo sta andando, in senso negativo… il problema del trovare il coraggio non si pone. Il vero coraggio è sapere tutto questo e startene a casa, e non parlare”.» ©Riproduzione riservata