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La Figliata dei Femminielli, l’antico rito tipico della tradizione napoletana

11 gennaio 2018

«La decisione di girare a Napoli è stata anche per la Figliata. Quattro anni fa stavo facendo la Traviata a Napoli. Un mio amico mi ha portato in giro per la città, mi raccontava dove Carlo III era sceso da cavallo, la Storia mischiata alle credenze. Mi ha poi invitato a casa sua dove c’era la Figliata. Lì ho capito cos’è il mistero della città, l’ambiguità delle cose. A un certo punto un personaggio, anche inquietante, ha portato un velo e ha detto: “Adesso dovete intravedere e sentire”. Ma chi mette in atto la Figliata la fa sua, ogni Figliata è diversa.» Con queste parole Ferzan Ozpetek ha spiegato ai microfoni di Webnotte come è nata l'idea di girare Napoli Velata. Ma cos'è La Figliata e da cosa nasce?

La Figliata dei Femminielli è un rito ancestrale della fecondità praticato per secoli alle pendici del Vesuvio e più precisamente nella zona di Torre del Greco. Il Femminiello in posizione supina, simulava le doglie del parto accerchiato da altri Femminielli che accompagnavano la recita con lamenti e litanie secondo le tecniche del taluorno e del trivolo battuto. Il frutto del parto era talvolta una bambola o più frequentemente un fallo di dimensioni spropositate e veniva festeggiato con babà e Vermouth offerti con grande gioia dalle donne presenti in sala. La scena, che poteva durare anche diverse ore proprio come un reale travaglio, veniva spesso coperta da un telo, in quanto, secondo la tradizione, era più importante sentire che vedere.

Il rito della Figliata dei Femminielli si riallaccia all'antico culto greco della Grande Madre di Cibele al cui cospetto erano ammessi solo coloro che si fossero evirati per emulazione del dio Attis, grande amore di Cibele. Da questo deriva poi una versione eterosessuale del rito, indicata come la Covata, dove il marito mimava le doglie della moglie con pianti e grida, attirando su di se le attenzione che spetterebbero alla partoriente. Non è dunque difficile credere che fin dall'antichità a Napoli il terzo sesso, quello del Femminiello, sia stato visto di buon occhio e addirittura considerato come portafortuna, al punto che venivano posti nelle loro braccia i bambini appena nati come augurio di buona sorte. È inoltre tuttora praticata la Tombola Vajassa in cui, con una recita della smorfia comica e da i toni spinti, la figura del Femminiello è deputata all'estrazione del numero come portafortuna nella buona riuscita del gioco natalizio. Come descritto anche da Curzio Malaparte nel romanzo La pelle (da cui è stato tratto l'omonimo film di Liliana Cavani) il Femminiello non poteva essere classificato in una specifica categoria come per gli omosessuali, i travestiti o i transessuali. Egli era piuttosto un'entità superiore, riconducibile al mito degli ermafroditi, in grado quindi di accogliere in se ambo i sessi e risultando così una figura completa, riconfermando ancora una volta il senso di mistico caratteristico della cultura napoletana antica e contemporanea.

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