Venerdi 24 novembre 2017 04:27
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Dai casali di Chiaiano e Marianella al centro di Napoli: storia della via Santa Maria a Cubito




La via Santa Maria a Cubito rappresenta ancora oggi il più importante asse viario di collegamento tra Napoli e la sua provincia nord. Il toponimo, quantomeno curioso, deriva da un episodio che ebbe come protagonista il re di Napoli Carlo II D'Angiò: venuto a conoscenza dell'avvenuta canonizzazione di suo zio Ludovico mentre era in zona impegnato in una battuta di caccia, il sovrano angioino, si racconta, scese da cavallo e baciò la terra cubavit se, vale a dire inginocchiato, prostrato a terra.

Fin qui la leggenda. Per quanto riguarda invece la costruzione della via, essa risale alla metà dell'Ottocento, per iniziativa dei sovrani di casa Borbone. Alla sua base la necessità di congiungere in maniera rapida e confortevole al centro urbano i casali di Marano e Mugnano e quelli di Chiaiano, Marianella e Miano, oggi quartieri cittadini ma all'epoca ancora comuni autonomi (l'accorpamento amministrativo sarebbe avvenuto soltanto in epoca fascista). Zone fertili che abbondavano di prodotti della terra, fino a quel momento collegate alla città unicamente attraverso due tragitti campestri lunghi e tortuosi: il primo si inerpicava attraverso l'antica via Margherita per il villaggio di Santa Croce, raggiungeva il crocevia con la strada degli Orsoloni ai Guantai e si menava al villaggio di Antignano attraverso la via dei Cangiani; il secondo procedeva invece attraverso la via Antica di Chiaiano, passava per i casali di Marianella e Miano ed entrava in città aggirando il vallone di San Rocco.

Il progetto per la nuova strada viene perfezionato nel 1850, e prevede un tratto iniziale suddiviso in tre tronchi: il primo, partendo da Capodimonte, raggiunge i casali di Chiaiano e Polvica; il secondo prosegue invece fino a Marano (e coincide con quello che oggi è il corso principale del paese), mentre il terzo e ultimo tratto arriva dritto fino all'abitato di Qualiano. Il piano finale della strada, sistemata con pioppi, pini e platani, viene presentato nel 1859, ma l'asse viario viene ufficialmente aperto soltanto nel 1861, quando Napoli e tutto il Meridione fanno ormai parte del neonato Regno d'Italia.

Risolta la problematica del collegamento tra la città e i casali ai suoi confini, la via viene fatta oggetto di un notevole ampliamento tanto che, a lavori ultimati, Santa Maria a Cubito appare come una sorta di autostrada ante-litteram, in grado di attraversare tutta la provincia e di raggiungere da Capodimonte la località di Sessa Aurunca, nel casertano, passando per gli abitati di Giugliano, Villa Literno, Mondragone. Circa trentacinque chilometri e ben 40 ponti ad arco, posti ad intervalli per adattare il territorio attraversato e per farne un percorso di utilizzo pubblico, come si legge in nell'iscrizione sulla lapide posta all'inizio della strada all'incrocio con la via Miano, esattamente di fronte il deposito del Garittone.

Quei ponti sono ancora lì, alcuni maestosi come quello che sovrasta il vallone di San Rocco, altri, come quello di Marianella poco più avanti, oggi soffocati dall'urbanizzazione e praticamente impercettibili all'occhio. La strada è ovviamente andata incontro a notevoli cambiamenti: invasa dal sopravanzare delle costruzioni moderne, inglobata dai palazzi e spezzettata dai sensi di marcia, a prima vista non pare dare più quella sensazione di continuità che doveva avere in origine. Essa resta invece ancora oggi fedele alla sua vocazione ottocentesca, continuando a collegare la città con quelli che furono i suoi casali e con tutto il litorale domizio.

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