Lunedi 20 novembre 2017 08:46
Diario Partenopeo

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Castel Sant’Elmo, cappello della città e pendolo del destino di Partenope




Vivere Napoli senza guardare in alto e scorgere quell'imponente castello appoggiato placidamente sulla collina del Vomero è praticamente impossibile. Castel Sant'Elmo circondato da un intenso cielo blu fa da cappello a quell'agglomerato di palazzi, storia  e leggende che dal lungomare arriva fin sopra la Certosa di San Martino. Quando da piazza Vanvitelli ci si arrampica per via Morghen, si percorre via Tito Angelini e si arriva ad affacciarsi dalle mura del castello si può ammirare in un silenzio quasi religioso Napoli, il Vesuvio ed il golfo in tutta la sua bellezza, una bellezza silenziosa perchè da lassù i rumori, i clacson, le urla, il battito del cuore pulsante di Partenope sembra sparire. Eppure se quelle pietre potessero parlare ti sussurrerebbero che tanto tranquilli lì sopra non si stava, ti parlerebbero di migliaia di assalti, centinaia di assedi e ti confiderebbero che se non ci fosse stato lui, il grande castello stellato, le sorti di Napoli sarebbero cambiate e la storia non sarebbe stata la stessa, nel bene o nel male. Quando Roberto D'angiò nel settembre del 1328 decise di avviare i lavori di costruzione di un castello lì dove i normanni avevano eretto la torre di vedetta di Belforte. L'iniziale spesa preventivata di mille once d'oro venne sforata poco dopo e si dovette aspettare il 1343 per vederlo ultimato. Il Castello di Belforte o più comunemente conosciuto come il Castello di Sant'Erasmo in ricordo di una vecchia chiesetta dedicata al vescovo martire di Formia, noto anche come Sant'Elmo. Passarono pochi anni e Sant'Elmo ebbe il suo battesimo del fuoco con l'assedio del furente Ludovico di Ungheria giunto a Napoli per vendicare la morte del fratello Andrea. Nei XV secolo il Castello fu oggetto di contesa tra francesi e spagnoli fino a quando Alfonso d'Aragona conquistò Napoli trasformando la fortezza in un luogo ameno ideale per le feste della nobile Lucrezia d'Alagno. Solo con l'arrivo a Napoli di Carlo V, sotto consiglio del vicerè  don Pedro di Toledo, il castello subì una decisa fortificazione. L'architetto militare Pier Luigi Scribà optò per il totale abbattimento ricostruendolo con la sua caratteristica pianta stellata a sei punte. Fu ultimato nel 15447 ma poche decine di anni dopo fu gravemente danneggiato da un fulmine che colpì in pieno il deposito di munizioni causando centinaia di morti e radendo al suolo la cappella di Sant'Erasmo. Nel corso degli anni si trasformò in una terribile prigione infatti se è vero che era quasi impossibile avvicinarsi alle mure della fortezza senza essere visti è altrettanto vero che ogni tentativo di fuga era destinato a fallire. Per quelle celle passarono in tanti nel corso dei secoli: Tommaso Campanella,  Mario Pagano, Gennaro Serra di Cassano e Giovanni Bausan. Svariate volte fu pendolo del destino di Napoli, sia quando nel 1647 permise al vicerè spagnolo di difendersi dagli assalti del popolo capeggiato da Masaniello sia quando nel 1707 vide capitolare gli spagnoli sotto gli attacchi degli Asburgo d'Austria. Assediato nuovamente dai Borbone nel 1734, fu occupato dai repubblicani nel 1799 che ne fecero l'ultimo baluardo difensivo. Nel XIX secolo tornò ad essere fondamentalmente una prigione e carcere militare fino agli anni settanta. Solo dopo molti anni di restauro fu restituito alla città di Napoli, forse non più pendolo del destino dei napoletani ma sempre cappello della bellissima Partenope. © Riproduzione riservata