Martedi 21 novembre 2017 01:32
Diario Partenopeo

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La strage di calata San Marco, quando il terrorismo internazionale colpì Napoli
Il 14 aprile del 1988 Napoli fu teatro del primo attacco terroristico di matrice mediorientale in un Paese dell'Europa Mediterranea: morirono quattro persone, sedici rimasero ferite




Il terrorismo internazionale rappresenta, nel mondo di oggi, uno dei principali problemi in termini di sicurezza delle masse. L'ondata di attacchi di matrice terroristica che, negli ultimi 20 anni, ha colpito il mondo occidentale tiene all'erta le popolazioni, creando paure e apprensioni. Prima dell'11 settembre 2001, data dell'attentato al World Trade Center, l'Italia ha considerato il terrorismo di matrice mediorientale un fenomeno lontano dalle nostre vite. Eppure, nel 1988, Napoli è stata la prima città mediterranea colpita da un attacco terroristico. Accade il 14 aprile quando un'autobomba detona in calata San Marco, provocando la morte di cinque persone e almeno una ventina di feriti. La bomba esplode poco dopo le 20. È un giovedì sera. La città attende la partita della domenica successiva, quando Maradona e compagni scenderanno in campo a Torino per sfidare la Juventus. Ci sono tanti turisti a Napoli quel giorno, tra loro si mischiano Junzo Okudaira, il "Samurai della morte" e la sua compagna Fusako Shinegobu, la regina de "L'Esercito rosso".

Chi sono Junzo e Fusako

Junzo Okudaira

Sono due terroristi giapponesi, membri della Jra, l'Armata Rossa Giapponese. "L'Esercito rosso", fondato dalla Shinegobu e composto da militanti comunisti nipponici, nato nel 1971 in Libano per rovesciare il potere nel Paese del Sol Levante, è diventato con gli anni un gruppo terroristico filo-palestinese, impegnato nella lotta per creare un nuovo ordine mondiale fondato sul comunismo. Negli anni settanta il Jra è stato protagonista di una serie di dirottamenti aerei e di alcuni azioni volte ad ottenere la liberazione dei membri del gruppo arrestati dalle forze di polizia. La prima azione di rilievo mondiale risale al 30 maggio 1972 quando i terroristi giapponesi attaccano con un mitragliatore e alcune granate l'aeroporto di Tel Aviv. Muoiono 26 persone, 80 restano ferite. Durante l'azione muore anche Takeshi Okudaira, fratello di Jenzo, che si fa saltare appena si vede circondato dagli agenti del Mossad. È l'anno di svolta per l'organizzazione. Junzo e Fusako sterminano i sedici dissidenti della banda, si addestrano nella valle libanese della Bekaa e si schierano a fianco delle organizzazioni paramilitari palestinesi.

Fusako Shigenobu

I giorni prima della strage

Junzo Okudaira e Fusako Shinegobu appaiono a Napoli nella settimana precedente all'attentato. Sono i giorni che seguono la Pasqua, si dirigono agli uffici dell'Ente per il Soggiorno e il Turismo in cerca di una stanza. Gli viene suggerito un albergo a buon mercato nella zona della Ferrovia. La domenica precedente l'attentato Junzo lascia Napoli. Forse va a Roma, a prendere contatti con dei complici. Fusako, invece, resta in città. Secondo gli inquirenti è rimasta per incontrare un terzo uomo, un jihadista, che sarà il basista della strage del venerdì successivo. Di lei, però, non c'è traccia nei registri degli alberghi. Probabilmente la "Regina" è ospite dello stesso soggetto che ha incontrato. Lunedì 11 aprile i tre prendono una Ford Fiesta a noleggio in un Rent-a-car di via Partenope. Sarà l'auto usata per la strage. Il giorno prima dell'attacco, giovedì, Junzo è nuovamente a Napoli. Qualcuno lo nota in compagnia di un uomo sui 35-40 anni, di etnia nordafricana, dalla carnagione olivastra, a bordo di un'automobile di colore rosso - forse una Fiat Uno - nei pressi dello svincolo di via Marina. Nessuno si cura di loro. Già a fine anni Ottanta Napoli è popolata da migliaia di immigrati provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente tanto che, nella zona di piazza Garibaldi, iniziano ad apparire i primi locali etnici. La presenza di due stranieri, dunque, non desta alcun tipo di sospetto.

La festa all'Uso

Napoli, però, ospita anche novemila cittadini americani. Sono gli impiegati le basi Us-Navy di Nisida e Naval Support Activity di via Edoardo Scarfoglio, nella conca di Agnano. La metropoli partenopea, nel Secondo dopoguerra, è uno degli snodi principali dell'attività militare degli Stati Uniti. Le portaerei sono una presenza fissa nella rada del golfo. Nella giornata di mercoledì 13 aprile fa la sua apparizione nel porto il cacciatorpediniere Uss Paul. Il giorno dopo, per festeggiare l'arrivo della nave e del suo comandante, viene organizzata una festa all'United States Organization, conosciuto con la sigla Uso. Si trova a due passi da piazza Municipio e dal Porto, in via Calata San Marco. Funziona come maxi-pub, è centro di ricreazione e di intrattenimento, ma soprattutto di assistenza a terra per i marinai americani che arrivano in città.  Venerdì pomeriggio c'è grande fermento per la festa. Un via vai continuo che inizia già dalle 15. Alla festa arrivano 60-70 persone. Ci sono anche alcuni italiani.

Il circolo Uso di calata San Marco

La strage

Alle 19,56, la Ford bianca noleggiata dai terroristi salta in aria dinanzi l'Uso. I terroristi fanno esplodere una bomba al plastico, due o tre chili stipati in un contenitore di metallo. La detonazione è potentissima. Il boato scuote Napoli. Lo scoppio è avvertito lungo tutta la fascia costiera, da San Giovanni a Teduccio a Mergellina e a Posillipo. In pochi minuti l'area di piazza Municipio viene travolta dall'isteria del terrore. Il traffico va in tilt, la gente scappa e nell'aria iniziano a vibrare le sirene delle ambulanze e dei mezzi delle forze dell'ordine. Sul posto piombano polizia, carabinieri, squadre dell' antiterrorismo e ambulanze. I dubbi sono dissipati immediatamente: si tratta di un attacco terroristico. Lo scenario che si trovano di fronte i soccorritori è apocalittico. Vengono ritrovati cinque corpi, orrendamente dilaniati e carbonizzati, completamente irriconoscibili. Davanti al circolo ci sono pozze di sangue, arti tranciati, brandelli di carne. Risulta difficile anche ricomporre i corpi, mentre tutt'intorno si sentono le grida di dolore dei feriti. Quattro morti sono napoletani. Tre passanti, Assunta Capuano (32), Guido Scocozza (25) e Maurizio Perrone (21) e un venditore di souvenir, Antonio Ghezzi (65). Muore anche Angela Santos (26), una militare portoricana con passaporto americano.

Calata San Marco dopo l'esplosione

Le prime ore dopo l'esplosione

Mentre su Napoli cala il buio si mettono in azione due diverse macchine: quella dei soccorsi e quella delle indagini. I sedici feriti vengono trasferiti al più vicino ospedale: il vecchio Pellegrini di via Pignasecca. Quelli di nazionalità americana vengono poi dirottati al nosocomio militare di Agnano. La tensione si taglia a fette nell'ospedale di Montesanto. Le ambulanze vanno e vengono mentre gli scugnizzi e i residenti, sgomenti, osservano dai balconi e dalla strada. Gli investigatori cercano immediatamente di bloccare ogni via di uscita dalla città. Dal Porto di Napoli partono due navi. La Nomentana, diretta a Palermo, e l' Express Ravenna con destinazione Reggio Calabria, Catania, Siracusa, Malta. La prima imbarcazione viene perquisita da cima a fondo al momento dell'arrivo Palermo mentre non si riuscirà a bloccare l'Express Ravenna prima dell'attracco a Siracusa. L'equipaggio riferirà di un mediorientale sbarcato a Reggio Calabria e due nordafricani scesi a Catania. Ma gli investigatori escludono la fuga in nave: nessun terrorista si imbottiglierebbe in un luogo che può trasformarsi una trappola per troppe, lunghe ore. La fuga in aereo è esclusa allo stesso modo. Da Capodichino, dopo le venti, parte solo il serale Napoli-Milano. Gli agenti fermano il decollo, ma non emerge nulla di strano. Restano solo le opzioni della fuga in automobile o in treno. In quei giorni l'Italia è bloccata dallo sciopero del comparto ferroviario. Ma da Napoli partono due treni espresso, uno diretto a Torino alle 21,36 e uno per Roma, alle 22,47. Parte anche il Napoli-Stoccarda alle 20,56.

L'epilogo

Il giorno successivo la città è investita dalla commozione e dal cordoglio. L'ambasciatore americano si reca sul luogo dell'attentato. Arrivano due diverse rivendicazioni: una telefonata agli uffici di Roma della France Presse e un volantino fatto trovare ad un redattore dell'Ansa di Beirut. Il primo rivendica l'azione alle Brigate della Jihad e si richiama esplicitamente all'anniversario del bombardamento americano di Tripoli. Il volantino di Beirut, al contrario, è firmato dall' Organizzazione islamica per il sostegno degli oppressi nel mondo ovvero all'Hezbollah, il partito di Dio. In entrambi i casi si parla di terrorismo mediorientale, che terrorizzerà il mondo negli anni a venire. I due professionisti del terrore e il terzo uomo, mai identificato, riescono a scappare. Junzo Okudaira non sarà mai arrestato. Su di lui pende una condanna all'ergastolo emessa il 20 marzo del 1992 dai giudici del Tribunale di Napoli Napoli, con l’accusa di concorso in strage e banda armata finalizzata all’eversione. Fusako Shighenobu, invece, sarà assolta per insufficienza di prove. La sua carriera di terrorista si concluderà nel 2000 con l'arresto ad Osaka. Fermata dai poliziotti dirà: «La lotta continua». Condannata a venti anni di carcere, tornerà libera nel 2020.

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