Domenica 24 settembre 2017 08:50
Diario Partenopeo

Notizie ed Eventi della citta' di Napoli


Diamond Dogs, «così nacque la movida in centro a Napoli»




"Chiedi che cosa era il Diamond Dogs" è stato il titolo della mostra in esposizione al Pan a marzo 2015 e dopo un anno, grazie alla lungimiranza di Andrea Campesi e Noemi Gentiluomo dell'Associazione Culturale Luce, Yard Press edita il libro fotografico "Diamond Dogs, Officina post industriale 1984—1987" frutto del fotografo napoletano Toty Ruggieri, con un testo critico del giornalista e scrittore Paolo Pontoniere ed il contributo di Salvio Cusano. La raccolta è un viaggio in bianco e nero attraverso un importante spaccato della storia della movida partenopea: l'officina post industriale nata nella Napoli del Pentapartito e degli anni post terremoto. Anni difficili e affascinanti, ricchi di contraddizioni, con la città che accoglieva artisti come Andy Warhol ma, allo stesso tempo, faceva parlare di sé per la sanguinosa guerra di camorra tra Cutolo e la Nuova Famiglia. Un periodo storico controverso in cui i giovani avvertivano il bisogno di creare aggregazione, anche per sfuggire al grande 'male' dei primi anni ottanta: l'eroina. Nel 1984 il Diamond Dogs, club situato nel "Cavone" (area circoscritta tra Salvator Rosa e piazza Dante), diventa un luogo in cui è possibile dare libero sfogo alla creatività, un luogo al quale hanno contribuito personalità come l'attore Salvatore Cantalupo, primo a portare "il teatro" nel collettivo, e dove sperimentazione non era "stranezza" ma laboratorio. Il club non fu solo movida; fu avanguardia, ribellione, musica e soprattutto sperimentazione. Fu necessità. E chi, meglio del fotografo stesso, poteva raccontarci questa esperienza.

Prima trattare lo specifico "collettivo" a cui le sue foto sono dedicate, vorrei mi raccontasse, secondo una sua personale esperienza e testimonianza, lo scenario sociale e culturale in cui si è sviluppato il Diamond Dogs.

«Era una momento particolare, quello che oggi noi viviamo con la quotidianità come i locali, i baretti, le Possibilità, sono una conquista, un'evoluzione che c'è stata. Per i ragazzi, per quelli che non avevano nulla tra il '68 e il '77, o c'era l'oratorio o c'era la piazza. Chi invece era della "buona borghesia", i cosiddetti "chiattilli", c'erano discoteche come "La Mela". Un altro modo di incontrarsi non esisteva. C'era il cinema, il teatro o il concerto, ma non altro. Erano anni in cui si usciva dal terrorismo, poi venne terremoto del 1980. Il territorio non offriva chissà quali possibilità.»

Come si articolava la vita notturna dei giovani in quel contesto?

«Ci vedevamo nelle piazze, come ad esempio piazza Sannazzaro d'estate, notoriamente una piazza "rossa", lì dove assassinarono Claudio Miccoli - poeta e ambientalista napoletano, morto in seguito all'aggressione avvenuta ad opera di picchiatori neofascisti la sera del 30 settembre 1978 - posti che hanno vissuto una vera guerra civile, mai riconosciuta ma non meno tale. Si sentiva la necessità di piccoli centri di aggregazione. Nascono le cantine sociali come "Courage" a via Palladino. La prima discoteca Punk in assoluto fu la "ZetaX" a via Atri, ma era molto di nicchia. A Chiaia il "Caffè della Luna" richiamava gente da tutta Napoli e provincia. Uno dei locali più importanti del centro storico, che aprì nella seconda metà degli anni '70, si chiamava "La Spaghetteria" di Bruno Esposito e Ugo Tammaro. Un altro importante punto di aggregazione per noi giovani fu "Tattoo Records" a piazzetta Nilo, di Enzo Pone, lì e da "Cesarini" al Vomero erano gli unici luoghi dove era possibile acquistare dischi di musica internazionale. Erano i primi locali un po' più alternativi come spiegato in un articolo di Paolo Pontoniere contenuto nel libro.»

Il Diamond Dogs può essere considerato progenitore della movida notturna popolare del centro storico?

«Fummo davvero precursori di tutto. Un momento felice fatto di grande creatività. Io frequentavo il Diamond Dogs e proponevo iniziative. Era un locale diverso, all'altezza di quelli nordeuropei, con musica dal vivo di grandi gruppi. Era particolare, chiunque avesse un'idea e voleva metterla in pratica ne aveva lì la possibilità. Avevamo tutti l'intenzione di realizzare delle cose. Era gestito da persone giovanissime e la loro idea principale era proprio quella di raccogliere le idee degli altri offrendo un posto per metterle in pratica. Mostre, performance, qualsiasi attività artistica e creativa era ben accetta. Ogni sera era prevista una serata diversa. Quel periodo era solo l'inizio delle radio libere, non tutte producevano buona musica. La tv pubblica offriva "Mister Fantasy" che è stata una trasmissione televisiva andata in onda su Rai Uno: in pratica era una sorta di rotocalco televisivo dedicato alla musica rock, è stata la prima trasmissione italiana riservata interamente ai videoclip. Erano le nostre "finestre sul cortile", il Diamond Dogs era una di queste. Proprio nel club era possibile vedere i videoclip da 7/8 televisori. Erano momenti multimediali ben selezionati, una grande opportunità. Il locale era sempre pieno.»

Può raccontarmi qualche aneddoto che descriva ed esemplifichi l'esperienza del Diamond Dogs?

«Uno degli aneddoti più simpatici riguarda la serata in cui "Zerbino" rimase chiuso nel locale. Zerbino era un punk storico napoletano. Già al Pulsar successe che si addormentò nel bagno del locale e noi non ce ne eravamo accorti affatto; la storia si è ripetuta al Diamond Dogs e nessuno di noi lo vide. Il locale aveva un portoncino di ferro con una feritoia dal quale però potette far uscire il braccio per chiedere aiuto, lì al buio più totale, ed una signora che abitava lì vicino lo sentì. La signora chiamò le forze dell'ordine che a fatica riuscirono a liberarlo, nel frattempo la signora gli teneva la mano ma quando uscì da lì, nel vedere il suo aspetto, le venne quasi un infarto.»

© Riproduzione riservata