Lunedi 20 novembre 2017 20:08
Diario Partenopeo

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La tragedia della Caterina Costa che fermò il tempo a Napoli




il 28 marzo del 1943 è una data ancora viva nella memoria di Napoli, una delle pagine più dolorose della storia della nostra città. E' il giorno dell'esplosione della Caterina Costa, un dramma inscritto nella più immane tragedia della storia dell'umanità, la Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi non sono chiare le cause che portarono allo scoppio della grande motonave da guerra, ormeggiata da qualche giorno nel porto, carica di materiale bellico destinato alle truppe italiane sul fronte africano: nelle prime ore del pomeriggio divampa un incendio, forse casuale, forse doloso. Un pericolo inizialmente sottovalutato, poi una situazione gestita male, gravi leggerezze, ritardi nei soccorsi, e totale incapacità nel dirigere le operazioni. La nave, una santabarbara galleggiante, resta lì, ancorata al porto, tra gli inutili tentativi di spegnere le fiamme: alle 17.39 l'incendio raggiunge la stiva numero due, quella degli esplosivi, e la Costa salta in aria.

Quasi ottocento tonnellate di carburante, 1700 tonnellate di munizioni, carri armati e altro materiale bellico. L'intero molo sprofonda, Napoli viene letteralmente bombardata di lamiere roventi. Un pezzo di nave abbatte due fabbricati al Ponte della Maddalena, la torretta di un carrarmato si incastra in una delle pareti del teatro San Carlo, un altro pezzo va a conficcarsi nel tetto di un palazzo di via Atri. Ne fa le spese anche il Maschio Angioino: su una delle sue facciate è ancora oggi visibile il danno provocato dall'esplosione. Il Lavinaio, piazza Garibaldi, il Borgo Loreto, la Sanità, piazza Carlo III, i Quartieri Spagnoli, finanche il Vomero, Soccavo, Pianura e la collina dei Camaldoli vengono investiti dalla pioggia di schegge e detriti. Le testimonianze sono raccapriccianti, e vanno al di là di ogni possibile immaginazione: in molti hanno raccontato di aver visto, con i propri occhi, persone senza testa correre in strada, poveri sventurati sorpresi dall'esplosione e rimasti decapitati dalle lamiere, i cui corpi straziati percorsero ancora qualche metro prima di stramazzare al suolo. Seicento le vittime accertate, migliaia i feriti, molti porteranno i segni di quella giornata per tutta la vita. Una tragedia che fermò il tempo, nel senso letterale del termine.

A ridosso di piazza Mercato sorge infatti la chiesa di Sant'Eligio, la più antica testimonianza angioina della città. All'interno dell'Arco, che collega il campanile della chiesa con l'edificio vicino, è incastonato il famoso Orologio Quattrocentesco, raffigurato in tanti dipinti. La zona, relativamente vicina al molo dell'esplosione, risulta ovviamente tra le più danneggiate: il quartiere è devastato dalla raffica di spezzoni incendiari e, nel momento esatto dello scoppio della nave, l'Orologio smette di funzionare. Per cinquant'anni l'Arco di Sant'Eligio, con le sue lancette ferme, ha voluto ricordare, a chiunque alzasse lo sguardo, quella ferita forse mai del tutto rimarginata. Solo nel 1993 l'Orologio, restaurato grazie all'impegno dell'associazione culturale Nea Ghenesis e della Parrocchia di Sant'Eligio Maggiore, è stato rimesso in funzione, tornando a scandire il tempo della nostra città.

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