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Il Museo di Anatomia, un tesoro inestimabile nascosto nel cuore di Napoli

23 maggio 2017



Sono tantissimi i siti culturali e artistici presenti a Napoli, attrazione non solo per i turisti provenienti da tutto il mondo, ma anche per chi nella città partenopea ci vive ed è sempre pronto a scoprirla. Tra questi si nasconde un tesoro di inestimabile valore sconosciuto a molti e un po' temuto dai restanti: il Museo di Anatomia. Attraversando il cortile dell'ospedale Santa Maria degli Incurabili nel quartiere San Lorenzo si arriva in via Luciano Armanni dove si trova il complesso di Santa Patrizia, edificato nel XIII secolo e oggi adibito a sede di alcuni istituti della Facoltà di Medicina dell'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Al primo piano del complesso, attraversando una piccola biblioteca, si giunge al Musa - Museo Universitario delle Scienze e delle Arti. Dal momento in cui si intende prenotare la visita guidata fino all'ingresso nel complesso di Santa Patrizia, più volte verrà chiesto se si è facilmente impressionabili, ma solo oltrepassata la porta il legno e vetro su cui è riportato il logo del museo si capisce davvero il perché.

Le collezioni

Creato tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX secolo, il Musa conta la più grande raccolta mondiale di malformazioni fetali, di ceroplastica, pietrificazioni e calcinazioni rendendolo di diritto uno dei poli museali più importanti della nostra città. Dopo l'esposizione dei primi ferri operatori risalenti all'epoca greca e ad un'omero ritenuto l'ultimo osso rimanente delle autopsie di Andrea Vesalio, padre dell'anatomia, si entra nel vivo della mostra con la raccolta di pietrificazioni. Realizzata da Efisio Marini intorno al 1860, la tecnica nacque non per scopi medici bensì per interessi economici. L'intento era infatti quello di trasportare carne fresca dall'Argentina pietrificandola al momento del macello e operando la tecnica inversa prima della commercializzazione a Napoli. Un colpaccio per l'epoca considerando che un viaggio dall'Argentina all'Italia poteva durare mesi, rendendo così impossibile la distribuzione di carne fresca proveniente dal sudamerica. Un processo, quello della pietrificazione, che tutt'oggi non è ancora interamente svelato, ma che si è scoperto utilizzare elementi sconosciuti all'epoca, rendendo quindi il Marini un abile alchimista.

Si prosegue con la collezione di ceroplastica ginecologica del Prof. Citarelli, ex Direttore dell'Accademia delle Belle Arti di Napoli. Molte delle sue opere furono bruciate dai soldati per riscaldarsi durante la seconda guerra mondiale. Degli oltre cento modelli originali i pochi restanti al giorno d'oggi raffigurano il sesto, settimo e ottavo mese di gravidanza in posizioni anormali o di gravidanze extrauterine.

Decisamente d'impatto è la collezione delle mostruosità degli scheletri umani con anencefali, idrocefali, sirene e ciclopi. Queste ultime due, ritenute da molti figure mitologiche raccontante nelle opere di Omero, si possono ammirare dal vivo in quanto terribili malformazioni congenite esistenti e che quasi mai hanno portato a termine la gravidanza. Allo stesso modo, nelle teche interamente realizzate a mano è esposto anche il famoso Giano bifronte: due persone, un solo cranio, due facce. A concludere la collezione è il nano condroplastico, malformazione comune tra i Monacelli. Queste persone per vergogna non uscivano durante il giorno, ma solo la notte e per questo non vedevano mai la luce del Sole, indispensabile per assorbire la provitamina D e formare la vitamina D. Una deformazione che colpisce non solo gli arti ma anche la colonna vertebrale causando una fortissima scoliosi.

Il Musa vanta, tra le altre cose, la più grande collezione di patologie oculari con 156 diversi esemplari e la collezione sullo sviluppo del sistema nervoso umano e animale in parte donata dalla Stazione Zoologica di Anton Dohrn.

La più importante resta la collezione di Calcinazioni di Giuseppe Albini. Dei sette reperti originari a noi ne restano solo 3, tutti conservati al Musa. Durante il periodo della peste a Napoli, nel 1860, scarseggiavano i posti in cui seppellire i cadaveri. Le fosse comuni venivano ricoperte di calce per prevenire la diffusione dell'epidemia e così i corpi subivano il processo di Calcinazione conservandosi fino ai giorni nostri. Nel museo si può osservare una madre con il figlio, morti durante l'epidemia, calcificati per intero.

Solo giunti alla fine dell'unica sala che compone il Musa si capisce il perché di tanta premura verso le persone facilmente impressionabili. Nelle teche che ricoprono l'intera parete sullo sfondo è esposta la collezione delle malformazioni fetali. Tanti piccoli feti, molti mostruosi, ciascuno conservato in formalina, raccolti tra il 1820 e il 1860 e donati dalla Prof.ssa Adriana Oliva. Anencefali, ciclopi, sirene, idrocefali e teratomeri. Bambini ectopici con gli organi sviluppati al di fuori del corpo, spiderman con gli arti simili ai ragni, giani bifronti e molti siamesi. Uno spettacolo unico, affascinante per gli addetti ai lavori, raccapricciante per molti altri. Esemplari perfettamente conservati anche a distanza di oltre un secolo, unici al mondo e per questo dal valore inestimabile.

La storia di Giuditta Guastamacchia

Tra la raccolta di teschi, di particolare importanza risulta essere quello di Giuditta Guastamacchia. La storia racconta che la nobildonna, sposata con un uomo più giovane di 12 anni, era solita cedere alla avances di diversi pretendenti. Almeno due erano gli amanti accertati che ben presto divennero noti anche al marito. Piuttosto che ripudiare la moglie e rendere pubblico il tradimento, l'uomo preferì ricattare Giuditta richiedendo sempre maggiori somme di danaro. La donna architettò così l'omicidio del marito con la complicità del padre, del secondo amante e del barbiere assoldato come sicario. La notte del 18 aprile 1800 organizzò una gran festa con il solo pretesto di far avvicinare il barbiere al marito. La lama affilata gli tagliò di netto la gola, mentre il secondo amante, un medico, si occupò di bollire il corpo e sezionarlo in piccole parti. Fu il padre di Giuditta, infine, ad occuparsi di gettare i resti nella fossa comune alle spalle di via Toledo. Un delitto perfetto se non fosse per una piccola distrazione. Qualche giorno dopo infatti, la polizia si scontrò con un cane che stringeva tra le fauci una mano con ancora la fede del defunto al dito. Il caso fu risolto in breve tempo e i quattro complici furono spediti a Castel Capuano, condannati a morte sia per impiccagione che per decapitazione. Le teste degli assassini rimasero esposte nel castello per 30 anni e in seguito donate al Prof. Miraglia, padre della frenologia. Sono ancora oggi visibili sui teschi i segni riportati dallo studioso per verificare la relazione tra la forma delle ossa e la crudeltà del delitto compiuto. Solo 30 anni dopo arriverà il più famoso Lombroso con la pubblicazione del volume L'uomo delinquente. Quello che non tutti sanno però è il sottotitolo del testo: Tutti del sud tendono a diventare delinquenti. Un'offesa, senza dubbio, da parte dello studioso torinese dovuta, probabilmente, al contesto dei suoi studi, limitato prevalentemente ai cimiteri penitenziari del sud Italia.

Susanna - il simbolo del Museo

Proseguendo con la visita si può ammirare, perfettamente conservata in formalina, la testa di Susanna, una giovane donna di età compresa tra i 18 e i 22 anni, morta nel 1832. Il suo corpo fu donato all'Università dai genitori e venne utilizzato per effettuare le prime sezioni del cervello. Lo stato perfettamete conservato della sua testa e i lineamenti bellissimi di una ragazza affascinante, hanno fatto di Susanno il logo del Museo.

La vera macchina anatomica

Parlando di macchina anatomica è invitabile pensare alla Cappella Sansevero e i modelli del sistema circolatorio di uomo e donna conservati al suo interno. Sebbene all'epoca del Principe di Sangro si credesse che le macchine appartenessero a individui reali, si sa oggi che sono solo una riproduzione stupefacente e notevolmente avanzata dell'anatomia umana realizzata in cera e metallo. Quello che molti non sanno, invece, è che a Napoli esiste una reale macchina anatomica conservata proprio nel Musa. Realizzati con la tecnica dell'essiccazione con centro vasale, gli esperimenti venivano condotti suoi condannati a morte tra il 1798 e il 1880. Si iniettava direttamente nel cuore dell'uomo ancora in vita la particolare sostanza, che in breve tempo si diffondeva così in tutto il corpo. La morte giungeva rapidamente tra atroci sofferenze. Il corpo veniva poi fatto essiccare ed in seguito conservato.

Il futuro del Musa

Il Musa è un polo museale estremamente vivo e attivo. Previste a breve numerose pubblicazioni sugli studi condotti sui numerosi reperti, il Musa sarà anche sede di convegli internazionale riportando Napoli tra le città più importanti del panorama scientifico. Fondamentale per la pratica nel corso degli studi di Medicina, intende ora affermarsi anche come tappa inevitabile del percorso turistico culturale della città. Proprio per questo sarà il 25 e il 26 maggio a Piazza del Plebiscito all'interno della manifestazione Futuro Remoto. Sarà così possibile condurre una visita virtuale del museo e sfogliare la versione digitale del libro di Mascagno, riportante le meravigliose tavole anatomiche a colori e in bianco e nero. Unica copia al mondo dal valore inestimabile e raramente accessibile al pubblico.

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