Martedi 17 ottobre 2017 13:22
Diario Partenopeo

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23 dicembre 1984, la strage del Rapido 904 che macchiò di sangue il Natale




L'esplosione persa nelle pieghe del tempo. Sono passati più di 30 anni dalla strage del Rapido 904. Fu l'attacco a testa bassa delle mafie allo Stato, con l'obiettivo di intimidire e disarticolare le istituzioni, durante gli anni della guerra alle cosche in Sicilia. Sono le 19,08 del 23 dicembre 1984. Il Rapido 904, in viaggio verso Milano, è partito da Napoli alcune ore prima. L'ultima fermata l'ha fatta a Firenze Santa Maria Novella, ripartendo alle 18,35. È pieno, stracolmo di gente. Mancano due giorni a Natale e gli italiani sono in viaggio per le feste. Il treno sta attraversando la Grande Galleria dell'Appennino, un traforo lungo 18 chilometri, quando una esplosione sventra parte del convoglio. La detonazione provoca uno spostamento d'aria che frantuma i finestrini di tutto il treno. I morti sono 16, i feriti 267. Chi ha fatto esplodere l'ordigno ha aspettato che il Rapido arrivasse in galleria, in modo da amplificare gli effetti della detonazione. Pochi attimi dopo l'esplosione viene attivato il freno di emergenza, e il treno si ferma quasi a metà della galleria. A bordo c'è solo paura, morte e disperazione. Il freddo inverno appenninico fa si che i superstiti si trovino al gelo, con una decina di chilometri a dividerli dalle uscite. Un controllore, Gian Claudio Bianconcini, nonostante le ferite, riesce ad allertare i soccorsi da un telefono di servizio presente in galleria.

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Il Rapido 904 fermo alla stazione di San Benedetto Val di Sambro

Dalla piccola stazione di Vernio, sul versante toscano, parte già alle 19.40 il primo carrello dei soccorsi con due medici e alcuni ferrovieri. Si tratta di un piccolo vagoncino giallo con un faro in testa uguale a quello che si mette in moto a San Benedetto Val di Sambro. Il treno è avvolto da una cortina di fumo impenetrabile. I primi ad entrare in azione sono i vigili del fuoco con le maschere antigas. «Quando sono entrato - dice un medico della Usl 28 di Bologna - non sono riuscito a contare i morti. Era un inferno». Le operazioni sono difficili, l'esplosione ha disattivato la corrente elettrica all'interno del tunnel, rendendolo un inferno buio. Una donna viene ritrovata in stato di shock in una delle nicchie della galleria. I soccorritori la portano a braccio fino a Precedenze, una spettrale stazione sotterranea posta al centro del traforo, di fatto abbandonata, che negli anni sessanta era stata declassata a posto di comunicazione. Lì, a piedi, sono già arrivati alcuni passeggeri, avviatisi verso Nord dopo l'esplosione, nel tentativo di sfuggire al fumo.

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Il posto di comunicazione sotterraneo di Precedenze

Due ore dopo viene fuori dalla galleria il primo carrello di soccorsi, carico di feriti. Nel silenzio generale, approda sul primo binario della stazione di San Benedetto Val di Sambro. È una situazione allucinante. I feriti vengono dirottati nella piccola infermeria della stazione, poi arrivano le ambulanze per trasportare i casi più gravi a Bologna. Viene allestito un ponte radio, la Società Autostrade mette a disposizione un casello riservato al servizio di emergenza. Alle dieci di sera, dall'altoparlante della stazione arriva un nuovo annuncio: «Sgomberare il piazzale, arriva il treno dei feriti». Arrivano altre cinque carrozze facenti parte del Rapido, trainate da un locomotore diesel. Gli infermieri salgono sui vagoni, controllando le persone una per una, scompartimento per scompartimento. A bordo del treno ci sono donne, uomini e bambini con le facce contrite e la paura negli occhi. I carrelli di soccorso continuano il viavai dal luogo dell'esplosione fino alle 22,55. Si salva tutto il salvabile, prima che sia notte fonda. «Siamo stati mezzora in silenzio assoluto per sentire se c'era ancora qualcuno vivo, se c'erano ancora lamenti. Ma non è giunto alcun suono. Laggiù, là dentro è solo morte, ci sono solo morti», afferma un vigile del fuoco di ritorno dal treno. Il recupero dei resti avviene all'alba della vigilia. Poco prima delle 5 del mattino del 24 dicembre, il treno della morte fa la sua apparizione nella piccola stazione di San Benedetto Val di Sambro. Le tre luci del locomotore si avvicinano lentamente, a passo d'uomo, fondendosi con i bagliori dell'alba. Lo spettacolo è orribile. Nel silenzio della stazioncina di montagna, quel che resta del Rapido entra al binario 3, con il suo carico di morte e orrore. Sono pochi vagoni, gli altri sono stati recuperati la sera prima. C'è la carrozza ristorante, una vettura di seconda, quella aperta dalla bomba, e poche altre senza vetri. Le carrozze sono sventrate, lacerate, contorte. Cigolano in modo sinistro mentre concludono la propria corsa dinanzi la banchina della stazione. Ci sono pezzi di bagagli e resti umani, vestiti e giornali. I cadaveri sono triturati. Appena inizia la raccolta, per il trasferimento all'obitorio di Bologna, inizia a fioccare. La neve avvolge pian piano la piccola stazione, dando un contorno struggente ai vagoni accartocciati.

I resti del treno alla stazione di San Benedetto Val di Sambro

I resti del treno alla stazione di San Benedetto Val di Sambro

È Napoli la città più colpita dalla tragedia. Trentotto feriti su centodieci, sei morti su sedici sono napoletani. Tra loro c'è il piccolo Giovanni, 4 anni. Era partito da Napoli con la famiglia in direzione Milano, per passare il Natale con i cuginetti. Papà, mamma e due figli. Il viaggio in Lombardia era il "premio" per la sorellina Anna, operata d'appendicite due settimane prima. Nessuno di loro sopravvive all'esplosione. I soccorritori ritrovano il piccolo Giovanni sui fili aerei dell'alta tensione, all'interno della galleria, sbalzato in alto dopo l'esplosione. Viene ritrovata anche la bambola di Anna, che diventerà il triste simbolo della strage. Dal capoluogo partenopeo partono due autobus con a bordo i parenti delle vittime. «La città è straziata come l'anno scorso, quando accadde la disgrazia alla galleria del Melarancio, presso Firenze. Allora morirono undici studenti della scuola del Vomero», afferma il sindaco Carlo D'Amato. Al binario 11 della stazione di Napoli Centrale, dove alle 12,55 era partito il treno, si ritrova una folla di persone. Qualcuno lascia un mazzo di fiori, qualcun altro piange. «Quando il Rapido è partito c'era un'aria di festa - racconta un ferroviere - oltre mille viaggiatori, familiari di lavoratori emigrati al nord, comitive di sciatori, valigie, pacchi, doni di Natale...»

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La bambola della piccola Anna, simbolo della strage

La tristezza pervade il Natale dell'Italia e quello dei napoletani. Anche a Milano Centrale, intorno alle 21, si ritrova una folla di persone. Il treno sarebbe dovuto arrivare alle 22, ma oramai la notizia è già in circolo. Telegiornali e giornali radio non parlano d'altro. Quello che doveva essere il rito dell'accoglienza alla discesa del treno si è trasformato in un dramma. Iniziano anche le rivendicazioni dell'attentato. Alle 22,25 una telefonata alla redazione napoletana di "Paese Sera" indica come autori della strage il nucleo terroristico di estrema destra "Ordine Nuovo". Poco dopo le 23 alla redazione de "Il Giorno" arriva la rivendicazione della "Rosa dei Venti". All'Ansa di Genova una voce anonima indica come responsabili i neofascisti di "Terza Posizione". Al "Messaggero" di Roma arrivano delle accuse ai Nar. Il Paese ripiomba nel terrore dello stragismo degli anni settanta. Ci sono voluti 30 anni e una serie di processi per individuare i responsabili. Per la strage sono stati condannati all'ergastolo Pippo Calò e Guido Cercola con una serie di condanne minori ad altri soggetti coinvolti a vario titolo nell'attentato. Gli strascichi giudizari sono durati fino a pochi anni fa. L'ultimo, iniziato nel 2011, si è aperto con un'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli nei confronti di Totò Riina, ritenuto il mandante della strage. Il processo si è concluso tre anni dopo per insufficienza di prove.

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