Martedi 19 settembre 2017 19:04
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La strage di Pescopagano, quando la camorra sfidò l’Africa




Il preambolo

Una coabitazione difficile. La camorra e la comunità africana che risiede sul litorale domitio non sono mai andate d'accordo. Le ragioni sono legate allo spaccio di stupefacenti. Una storia che si lega a doppio filo al degrado che, dal 1980 in poi, si è impadronito di uno dei posti più affascinanti del Mezzogiorno d'Italia. Tutto inizia con il terremoto, e si aggrava con il bradisismo di Pozzuoli nel 1983. Castel Volturno e i paesi vicini, mete turistiche per tanti napoletani, diventano il luogo dove piazzare gli sfollati. Le casette, i villini, le palazzine si trasformano in luoghi d'accoglienza improvvisata. E così il litorale attraversato come un colpo di spada dalla Domitiana, uno stradone che ripercorre da Minturno a Pozzuoli l'antica via romana, si trasforma. Ci mette pochi anni a sprofondare, aggredito dalla camorra che lì, in quelle vie scure d'inverno e assolate d'estate, ci vede il nuovo supermarket dell'eroina, la droga che sta rendendo ricca la malavita organizzata nell'Italia dei primi anni Ottanta. Già nel 1985 i rapporti tra i clan del Casertano e gli immigrati africani iniziano ad incrinarsi. Quelli che prima erano Vu cumprà o manovalanza da impiegare a basso costo nei campi o nei cantieri edili diventano un problema. I "niri" hanno capito che possono aggredire il mercato dell'eroina della Domitiana con un prodotto a basso prezzo proveniente direttamente dall'Africa. Nasce la "African connection", una rotta della droga che collega la Tanzania e il litorale domitio, inondando le strade della "brown sugar", un'eroina di colore giallognolo. Spesso, per trasportarla, vengono usati gli stessi immigrati. L'eroina viene inserita in degli ovuli che poi vengono ingeriti dagli uomini - o al limite - inseriti nella vagina dalle donne. Se l'ovulo si rompe, è morte certa. Il business funziona. E iniziano gli omicidi. Il 5 dicembre 1986 un ghanese si becca una pioggia di piombo mentre è in auto con un amico al chilometro 32 della Domitiana.  Qualche mese prima - il 25 ottobre -  rimane ferito, in un agguato simile, Stefan Mustafà Dia. I killer della camorra lo sorprendono in via Pesole delle Mete a Castelvolturno, luogo di appuntamento serale per centinaia di immigrati di colore. Lo riducono in fin di vita e uccidono il suo accompagnatore. Stefan Mustafà Dià viene trasportato in ospedale, il suo borsello di similpelle finisce nelle mani della polizia. Al suo interno trovano diciotto milioni di lire in contanti e due libretti bancari. In quel momento gli investigatori capiscono che, nella comunità africana sta succedendo qualcosa di grosso. Le conferme arrivano all'Interpol che ricostruisce le ricchezze del senegalese: su un conto svizzero ci sono diciotto milioni di franchi, presso una banca tedesca trecentomila marchi.

La strage

I due episodi aprono una lunga stagione di violenze. Che coinvolge anche chi con l'eroina c'entra poco. Le auto della camorra, al tramonto, sfrecciano lungo le strade di campagna per terrorizzare gli africani. Di tanto in tanto ne investono qualcuno. Così, per dare il segnale che lì comandano loro, e possono disporre a piacimento delle loro vite. Qualche immigrato passa dall'altra parte, a spacciare per la camorra a 20mila lire al giorno. La malavita africana, però, non demorde. E così, per anni, si susseguono gli agguati, gli avvertimenti, i pestaggi, gli omicidi. Dalla "ansa degli schiavi" di Lago Patria a Mondragone regnano la paura e la droga. Il 24 aprile del 1990 è un martedì. Il Napoli, vincendo a Bologna, ha ipotecato lo scudetto. Anche sulla Domitiana si attende la domenica successiva per festeggiare il tricolore che torna in Campania. È quasi mezzanotte a Pescopagano, una frazione di Mondragone. In via Consortile, c'è un piccolo locale: il bar Centro. Lì i minuti si trascinano stancamente. Ci sono alcuni clienti, in maggioranza immigrati, il gestore e il figlio. Poi all'improvviso, compaiono una due auto e una motocicletta. La strage si consuma in pochi minuti. I raid è cieco, feroce. Dai mezzi scende un commando. Volti coperti dai passamontagna, uno ha il casco. Entrano nel locale, un bar dagli arredi modesti, e iniziano a sparare. Due persone muoiono, sei restano ferite. I morti sono un iraniano e Alfonso Romano, un operaio che ha una sola colpa: quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Non è un cliente occasionale. Era entrato per una birra, dinanzi al bancone ci lascia la vita e sei figli. Ironia della sorte, solo un mese prima è stato intervistato dalla trasmissione Samarcanda, e ha puntato il dito contro l'assenza di sicurezza. Restano feriti il gestore del bar, Vincenzo Bocchetti, e suo Francesco, di quattordici anni.  Il ragazzino viene colpito da un proiettile alla colonna vertebrale, resterà paralizzato. Finiscono in ospedale anche tre tunisini di 19, 20 e 31 anni e un turco di 27 anni. Dopo aver sparato, il commando monta su auto e moto. Ma poco dopo si ferma di nuovo. Vicino ad una Fiat 127 di colore rosso. A bordo ci sono alcuni tanzaniani. Parte una nuova rappresaglia. Scendono dai mezzi. E sparano. Di nuovo. Due africani muoiono sul colpo. Uno resta gravemente ferito, un altro scappa e un terzo, che pure aveva tentato la fuga, viene raggiunto e finito a colpi di pistola in un canneto. I killer rimettono in moto, arrivano in una strada di campagna e bruciano una delle auto, un'Alfa 33, e una motocicletta. Mezzi rubati tempo prima che sono serviti per fare la strage. Sui luoghi degli agguati arrivano le ambulanze, le forze dell'ordine e la polizia mortuaria. I feriti vengono trasportati all'ospedale Cardarelli e al Nuovo Pellegrini di Napoli. Uno dei tanzaniani, dopo l'arrivo in ospedale, viene trovato con dieci ovuli di cellulosa contenenti venti grammi di eroina nascosti nel retto. È la conferma che è stata una strage legata al mercato della droga.

L'epilogo

L'aria, nel triangolo tra Castel Volturno, Mondragone e Villa Literno, diventa irrespirabile. I rapporti sono roventi. La comunità africana cerca di isolare gli spacciatori, nella speranza di mettersi al riparo dagli attacchi della camorra. La domenica successiva, mentre si festeggia lo scudetto del Napoli, gli immigrati - a tarda sera - si riuniscono nella sala della Caritas di Castel Volturno. Il clima è teso, le facce tirate. E la situazione trascende. In poco tempo scoppia una rissa furibonda. Sei spacciatori sfuggono al linciaggio per un pelo. L'intera area, dal giorno della strage, è invasa da troupe, giornalisti, reporter. L'Italia si ricorda nuovamente del litorale domitio, otto mesi dopo l'assassinio di Jim Masslo, il giovane sudafricano ucciso in un tentativo di rapina ad un gruppo di braccianti di Villa Literno. Le indagini si rivolgono immediatamente verso i clan della zona. A Mondragone comandano i La Torre. Su di loro, sugli Iovine e sui Cipriani si focalizza il lavoro degli investigatori. Poco prima di ferragosto, a Castel Volturno, viene arrestato uno dei boss del narcotraffico africano. È giovane, ha una laurea in Economia e commercio. Con lui finiscono in manette la moglie e un gruppo di conviventi, tutti provenienti dall'Africa. Hanno le tasche piene di banconote da 100mila lire e il retto colmo di ovuli contenenti eroina. Serviranno diciassette anni per arrivare ai primi arresti per la strage di Pescopagano. Il 18 gennaio 2007 I carabinieri del reparto operativo di Caserta eseguono tre ordinanze di custodia cautelare in carcere, chieste dai pm della Dda Raffaele Cantone e Giuseppe Noviello ed emesse dal gip Anna Grillo. Finiscono in carcere Giuseppe Fragnoli, 57 anni; Angelo Gagliardi, 53 anni; Massimo Gatto, 53 anni. Secondo quanto ricostruito dalle indagini furono loro gli autori della strage in concorso con altre sette persone. Dopo un processo lungo tre gradi di giudizio i tre imputati sono stati condannati a 15 anni e 4 mesi di reclusione. Li stanno ancora scontando. E Pescopagano? È sempre lì. Con i suoi canneti, i campi, il mare, le villette disadorne, i viali bui e la Domitiana che la attraversa. Non è molto differente dal 1990, con la bellezza che resiste e la speranza di un domani migliore per le genti di ogni razza che la vivono in modo degno e onesto.

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