Lunedi 18 dicembre 2017 11:55
Diario Partenopeo

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La «notte infernale» di Petrarca: quando Napoli fu travolta dalla furia dello tsunami




Terremoti, eruzioni, sommosse popolari, epidemie di peste e di colera, bombardamenti, occupazioni di eserciti stranieri. Sciagure e tragedie che in duemila e passa anni di storia si sono succedute ciclicamente, alternandosi, talvolta soprapponendosi. Insomma, la nostra città ne ha viste veramente di tutti i colori; a occhio e croce alla lista di catastrofi, naturali e non, sembrerebbe mancare soltanto uno tsunami. Sembrerebbe, appunto. Perchè riavvolgendo il nastro della memoria di circa 700 anni ci accorgiamo che il popolo napoletano ha patito, in passato, anche questo supplizio, superbamente descritto da un (suo malgrado) testimone d'eccezione, nientemeno che Francesco Petrarca. Siamo nel novembre del 1343, il poeta si trova a Napoli, per conto di papa Clemente VI, a trattare la liberazione di alcuni prigionieri. E' la sua seconda visita in città, dopo quella di due anni prima in cui aveva voluto farsi esaminare dal re napoletano Roberto D'Angiò prima dell'incoronazione a poeta in Campidoglio.

E' la sera del 24, Petrarca è ospite nel convento di San Lorenzo. «Aperta la finestra che guarda verso occidente - scrive - Vidi la luna avanti a mezzanotte nascondersi dietro il monte di S. Martino, con la faccia piena di tenebre e di nubi». Sono i presagi di quello che di lì a poco sarebbe accaduto. In quei minuti, infatti, un terremoto con epicentro nelle profondità del golfo di Napoli sta per scatenare un maremoto di devastanti proporzioni, mentre sulla città si abbatte, quasi a voler infierire, una spaventosa tempesta. Il poeta viene colto nel sonno: «Mi svegliò un rumore e un terremoto, il quale non solo aperse le finestre e spense il lume, ch'io soglio tenere la notte, ma commosse da i fondamenti la camera dove io stavo». Assalito dal timore della morte, si precipita nel chiostro del monastero di San Lorenzo, «e mentre tra le tenebre l'uno cercava l'altro nè si poteva vedere se non per beneficio di qualche lampo, cominciavamo a urtare l'un l'altro». A quel punto, mentre ancora imperversa la furia della Natura, il Petrarca si reca in Chiesa insieme agli ospiti del monastero, «e gettati tutti in terra non facevamo altro che con altissime voci invocar la misericordia di Dio».

Preghiere e pianti proseguono fino all'alba. Alle prime luci del giorno la situazione sembra tornare alla normalità, ma la città si appresta ora a far la conta dei danni e delle vittime. Il Petrarca si accorge che comincia a «cessare il fremito delle genti dalle parti più alte della città e crescere il rumor maggiore verso la marina». Così, preso finalmente coraggio, decide di montare in sella a un cavallo e raggiunge la zona del Porto: «Si vedevano sparse per lo mare infiniti poveri, che mentre si sforzavano d'arrivare in terra la violenza del mare gli haveva con tanta furia buttati nel porto, che parevano tante ova che tutte si rompessero». Sono queste le terribili conseguenze del maremoto, la descrizione della scena è agghiacciante: «Era pieno tutto quello spatio di persone affogate o che stavano per affogarsi: chi con la testa, chi con le braccia rotte e altri che uscivano loro le viscere, nè il grido degli uomini e delle donne che abitavano nelle case vicino al mare era meno spaventoso del fremito del mare». Per accanimento della sorte, proprio in quel preciso momento «si levò un rumore grandissimo che il terreno che stava sotto i piedi cominciava a franare, essendogli penetrato sotto il mare. Noi fuggendo ci ritirammo in alto e certo era cosa oltremodo horrenda a occhio mortale vedere il cielo in quel modo irato e il mare cosi fieramente implacabile». Finalmente in salvo, il poeta volge il suo sguardo, un'ultima volta, ancora sul mare, sui danni prodotti dal maremoto, sulle navi travolte, affondate, sballottate dalle onde, che «percotendosi fra loro si fracassarono con morte di tutti i marinai». Petrarca lascerà la città, profondamente turbato, promettendosi solennemente di non rimettere mai più piede non soltanto a Napoli ma in qualsiasi altro luogo adagiato sul mare.

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