Martedi 26 settembre 2017 18:15
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Salvatore Todisco, l’amara storia del campione napoletano più sfortunato




Quando si pensa ad un pugile, si pensa ad un'enorme massa umana, fatta di muscoli possenti. Atleti dall'aspetto imponente, che incutono timore anche solo a guardarli. Ma non è sempre così. Esiste l'altra faccia del pugilato, quella delle categorie leggere. I pesi minimosca sono i minori per stazza, non superano i 48 kg di peso. Ad essi apparteneva Salvatore Todisco, il campione più sfortunato della storia dello sport napoletano. Classe 1961, Todisco era alto 1 metro e 61 centimetri. Tentò di realizzare il sogno della sua vita, diventare un grande pugile, proprio negli anni in cui la figura del boxeur era collegata dal pubblico all'enorme massa di Sylvester Stallone, che impersonava Rocky Balboa sugli schermi cinematografici. Salvatore Todisco, invece, era altra cosa. Magro, piccolo e agile con l'espressione da scugnizzo che solo un napoletano verace può avere. Lo sguardo truce e serio nelle foto, di chi viene dalla pancia di Partenope. Nel 1984, Todisco è tra i convocati della Nazionale di pugilato per le Olimpiadi di Los Angeles. Salvatore può rincorrere il suo sogno. Solo quattro anni prima Patrizio Oliva ha acceso la propria stella vincendo la medaglia d'oro a Mosca nella categoria superleggeri. Ripercorrere le sue orme sarebbe il massimo: un napoletano sul gradino più alto del podio a pochi anni di distanza da un altro. Todisco sogna. E picchia forte. Sotto i suoi colpi cadono uno dopo l'altro tutti gli avversari. Hawkins negli ottavi, Ramos nei quarti e Mwila, in semifinale. Lo scugnizzo napoletano picchia forte, più forte che può. Troppo forte. Contro lo zambiano Keith Mwila è lui a vincere, ma la gioia si trasforma in amarezza. Todisco ha una mano fratturata, non può sfidare lo statunitense Gonzales in finale. Non lo batte un jab o un montante, lo sconfigge la sfortuna. L'ultimo atto del torneo dei supermosca di Los Angeles '84 non si disputa, Gonzales è medaglia d'oro a tavolino. A Salvatore Todisco, con la mano fasciata, non resta che l'argento. Lo scugnizzo napoletano è di nuovo sul secondo gradino del podio, come agli europei di due anni prima. Todisco continua ad incrociare i guantoni anche negli anni successivi. Ma non riesce mai a raggiungere l'agognata vittoria. Ai Giochi del Mediterraneo del 1987 a Laodicea è medaglia di bronzo, lo stesso risultato che aveva raggiunto quattro anni prima nell'edizione di Casablanca. Il pugile partenopeo non passa professionista, non lo diventerà mai nel corso della sua carriera, che si interrompe nel 1988. Todisco decide di smettere, e si ritira. E' innamorato della Nobile Arte e resta nell'ambiente, nonostante abbia appeso i guantoni al chiodo. E' giovane, ma già fa parte dello staff del ct della Nazionale, Franco Falcinelli. Domenica 25 novembre 1990 Todisco parte da Napoli per raggiungere il Centro federale di Santa Maria degli Angeli. E' maltempo sulla E45. La sua Alfa 33 perde la tenuta di strada, sbanda e si fracassa contro un muretto spartitraffico. Salvatore Todisco muore nell'incidente, sbalzato fuori dall'abitacolo, sull'asfalto della superstrada all'altezza di Colle Valenza, in Umbria, mentre dal cielo cadono secchiate di pioggia. Napoli gli dà l'ultimo saluto qualche giorno dopo, nella camera ardente allestita allo Stadio Collana. L'ultimo abbraccio a quel piccolo scugnizzo che sul ring diventava un gigante. Un campione che ha lottato contro l'avversario più ostico: la sfortuna. Il suo ricordo in un video del match contro il bulgaro Mustafov, forse il modo più adatto per celebrarlo a quasi 25 anni dalla scomparsa, riguardandolo mentre si muove sul quadrato con la canotta della Nazionale italiana.

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