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Casavatore, elezioni manovrate dalla camorra: nel mirino della DdA il sindaco e altre 14 persone

06 marzo 2016



CASAVATORE (Na) - Hanno scelto la linea del silenzio gli amministratori e i dipendenti del comune di Casavatore destinatari di 15 avvisi di garanzia emessi dalla Procura di Napoli per presunti condizionamenti della camorra nelle ultime elezioni amministrative del 15 giugno 2015. Una tempesta giudiziaria dagli inevitabili risvolti politici, con il ministro della Giustizia Andrea Orlando che, interpellato sulla questione, ha auspicato in l'immediato scioglimento del Consiglio comunale, seguito a stretto giro dall'europarlamentare Andrea Cozzolino, che si è detto pienamente d'accordo con le parole del Guardasigilli.

L'indagine nasce all'indomani dell'omicidio di Ciro Cortese, esponente del clan Vinella Grassi, nella cui tasca dei pantaloni gli inquirenti trovano un bigliettino con il nome di Mauro Ramaglia, candidato Pd per il gruppo dello sconfitto Salvatore Silvestri, con accanto una cifra in Euro e una sequenza numerica. Scattano le intercettazioni che portano alla luce un vero e proprio sistema di compravendita elettorale fatto di buoni pasto, generi alimentari e denaro in cambio di voti, la cui riuscita viene però impedita dall'intervento del boss locale Salvatore Ferone. E' lui, secondo gli investigatori, a bloccare la corsa del gruppo di Silvestri creando un clima intimidatorio che mette fuori gioco gli avversari.

La tesi degli inquirenti getta forti ombre sull'attuale primo cittadino Lorenza Orefice, espressione Udc eletta con il sostegno delle liste civiche: il dossier firmato dalla DdA di Napoli sottolinea infatti che «è rilevante la circostanza in cui il sindaco ha candidato, quale consigliere comunale, Giuseppe Pranzile, suocero dell’attuale reggente del gruppo camorristico egemone sul territorio Salvatore Ferone, puntualmente eletto e nominato consigliere di maggioranza». Nello staff del sindaco sono peraltro presenti anche persone congiunte a soggetti vicini a boss della camorra attualmente detenuti, sottolinea il rapporto dell'Antimafia.

Una volta scoppiato il caso, la linea delle reazioni è stata dettata dalla principale indagata, che in attesa di una precisa strategia di difesa messa a punto dai suoi legali, ha commentato sulla sua pagina Facebook: «Che cosa è il silenzio? Una risposta intelligente». Tante le manifestazioni di solidarietà espresse dai suoi fedelissimi: «Eravamo convinti di poter voltare pagina, di dare una svolta a questa città - ha dichiarato l'assessore Marco Capparone - Il sindaco è una professionista seria, appartenente ad una famiglia stimata: non merita tutto questo. Sono certo che riuscirà ad uscirne a testa alta». Ed è proprio sui social che la vicenda sta suscitando reazioni contrastanti, tracciando una netta linea di demarcazione tra garantisti puri e colpevolisti convinti. «In attesa di conoscere l’esito delle indagini e le eventuali responsabilità degli interessati, siamo vicini al sindaco e alla sua famiglia – scrive Giuseppe Cifinelli – Siamo garantisti per natura e la presunzione d’innocenza è per fortuna ancora un cardine del nostro sistema giudiziario». Di tutt'altro avviso Luisa Marano che sottolinea: «I nostri ragazzi sono senza lavoro e loro hanno combinato tutto ciò per il potere».

Il primo cittadino non sarà il solo a doversi difendere dalle pesanti accuse della DdA di Napoli: assieme alla Orefice sono finiti nell'occhio del ciclone anche lo sfidante al ballottaggio, il dem Salvatore Silvestri, ed altre 13 persone, accusati di voto di scambio aggravato dal fine mafioso. Tra queste anche il vigile Vincenzo Orefice e il comandante dei vigili urbani, Antonio Piricelli, nei cui confronti il segretario comunale, Pasquale Marrazzo, ha avviato le relative procedure disciplinari. «Non ho portato un voto ad alcuno: ho solo e sempre fatto il mio dovere – ha dichiarato negli scorsi giorni il comandante dei vigili Piricelli – Sono uno che la legge la fa rispettare e non calpestare: ho piena e totale fiducia nei magistrati». Nel frattempo Salvatore Pollice, consigliere comunale anch'egli indagato, ha rassegnato le proprie dimissioni dallo staff dell’assessore regionale al Lavoro, dove era stato posizionato "in comando", non prima di affermare di ritenersi «completamente estraneo alla vicenda» e di attendere di conoscere gli atti dell’indagine.

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