Giovedi 19 ottobre 2017 11:12

Maradonapoli: le emozioni dei partenopei raccontano un mito di nome Diego Armando

04 maggio 2017



C'era una volta uno stadio, e 70mila tifosi ad assistere alla presentazione del più grande giocatore che abbia mai messo piede su un campo di calcio: il suo nome era Diego Armando Maradona e arrivava a Napoli, via Barcellona, da Villa Fiorito, un sobborgo di Lanus stritolato da degrado e miseria. Era il 5 luglio del 1984. Sembra una favola, e in effetti lo è stata davvero. Riascoltare quel vocio, quello di una città in trepidante attesa che il suo nuovo messia uscisse dal ventre del San Paolo, è adesso possibile grazie al docufilm "Maradonapoli". Nelle sale dal primo maggio, quello di Alessio Maria Federici non è il racconto di ciò che è cronologicamente accaduto. È una storia ancora più vera, un puzzle di voci partenopee che parlano di lui, ma soprattutto comunicano allo spettatore cosa è stato e soprattutto cosa è ancora oggi per Napoli il suo campione.

Sul grande schermo si susseguono le emozioni di un parroco, un pizzaiolo, un giornalista, un professore universitario, un padre di famiglia, una signora napoletana tifosa della Juventus - poi tornata sulla "retta via" proprio grazie alle prodezze del Pibe de Oro - , un ragazzo nato nel '89 e tanti tanti altri. Si discute dell'estenuante trattativa svoltasi per portarlo in maglia azzurra, e di come i napoletani vissero quei concitati giorni di fine mercato dominati dall'incertezza. Su come Maradona si è presentato al mondo intero, sentendosi sin da subito figlio di Napoli. Su come da eroe, umile e semplice, si è sempre schierato dalla parte della gente. Su come la sua grinta e la sua instancabile lotta contro i soprusi dei potenti ha cambiato la vita di una città e del mondo del calcio. Gli intervistati spiegano, allora, come il personaggio rappresenterà in eterno, per loro, una priorità inestimabile. Alla pari di un santo, ogni napoletano sembra non degno di questa definizione se non devoto al giocatore che ha donato ai partenopei, e non solo ai tifosi, una cosa importantissima: considerazione. Una cosa forse banale ma che il Sud Italia ha sempre, giustamente, preteso. Si potrebbe pensare, che in fondo, era solo calcio. In realtà fu molto di più. Fu speranza, attenzione, commercio e grande forza d'animo in un contesto difficile, in una città ancora in ginocchio per il terremoto dell'80, martoriata dalle guerre di camorra, e che, nonostante i suoi sforzi, non riusciva a rialzare la testa. Molti degli intervistati hanno modificato e programmato le loro vite pur di poter assistere alle sue partite e addirittura confessano di aver tifato Argentina in quella storica semifinale di Italia '90 giocata a Fuorigrotta.

Diego è stata la scintilla che ha saputo riaccendere la vita dei napoletani, ma soggetto alle debolezze di ogni essere umano. Sbaglia e scappa via di notte, rompendo oggi la voce di chi riesce a raccontarlo. Ma se è vero che il perdono presuppone una condanna, il napoletano a quest'ultima non ci è mai arrivato. L'intervista al popolo sta per terminare. Quegli occhi appannati, quelli di chi rivive tutti i momenti più belli della sua vita, spiegano a chi sta guardando il film l'amarezza e la consapevolezza: il mito non si ripeterà e tutto ciò che restava da chiedersi ha già risposta. Perché non esiste un doppione del mito, altrimenti non sarebbe tale. Non ci sarà un altro Don Chisciotte, un altro Che Guevara, un altro Casanova, un altro Shakespeare. Non ci sarà un altro Maradona, ma soprattutto non ci sarà mai più un'altra Napoli sposata all'eroe. Non così. Perché la più magica delle storie per questa città, nel cuore di chi c'è stato e ci sarà, non finirà mai.

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