Martedi 12 dicembre 2017 12:58

L’arte della follia in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Gassmann – De Giovanni




"Qualcuno volò sul nido del cuculo" è una storia universale. Una storia istintiva, spontanea, semplice, umana. Ed è questo che la rende una grande storia. Dal romanzo alla sceneggiatura teatrale alla pellicola, quando la trama sostiene gli "operai" che ci lavorano sopra in questo modo, è giusto spogliarsi delle proprie pretese artistiche e mettersi a servizio del testo. L'operazione di Gassmann e De Giovanni, di ricontestualizzare e riformulare la sceneggiatura di Wasserman, è di fatto un'operazione riuscita. E lo è perché ha come scopo unico quello di raccontare. OBBLIGATORIA_Gliozzi_Valgoi_Russo_foto Francesco SquegliaAbbiamo di fronte un microcosmo, un ospedale psichiatrico nell'aversano, che si fa realtà, cruda e sognante allo stesso tempo. Nella trama agiscono due grandi leve, che vivono in un paradossale equilibrio per quasi tutta la durata dello spettacolo: l'autorità di Suor Lucia, una Elisabetta Valgoi magistralmente rigorosa, contrapposta alla dirompente vitalità di Dario Danise, messo perfettamente a fuoco da Daniele Russo. La trama narrativa, nella quale vengono intessute le vicende degli "acuti" - o, per dirla alla Denise, i "pazzarielli" -, viene inserita nella sovrastante cornice dello scontro, nemmeno troppo taciuto, tra il potere e la libertà degli individui. La sostanza visionaria del testo vive attraverso le meravigliose manie, le disarmanti tenerezze e le solide amicizie dei suoi personaggi. Tra questi spicca Ramon, il gigante immobilizzato dalla paura della realtà esterna, punto focale dello sviluppo narrativo. L'uomo, quasi sempre presente sulla scena, che vive di sola immaginazione - resa tramite un velo su cui sono proiettate le videografie dei suoi sogni e delle sue allucinazioni -,  rappresenterà nel finale il riscatto e la speranza. Attraverso il percorso di Dario, i pazienti riusciranno a rendersi conto di ciò che viene loro negato dall'opprimente sistema creato da Suor Lucia. Danise, il cui arrivo smuove dalle radici la disciplina dell'ospedale, oltre all'irriverenza e alla confusione, lascerà a quegli uomini la fiducia e il coraggio di cui avevano bisogno. La scommessa più impegnativa, quella di avvicinare il testo geograficamente e linguisticamente, è stata vinta: l'intera sceneggiatura, complice la scenografia e l'attenta regia di Gassmann, rende i personaggi comprensibili, immediati, familiari.  Calato il sipario, a luci ormai accese, restano negli occhi i volti onesti e limpidi di questa storia ma soprattutto, nell'anima, il grido di libertà urlato a gran voce. © Riproduzione riservata