Mercoledi 19 dicembre 2018 08:15

Pino è, il chiaro messaggio a Napoli nel karaoke del San Paolo
Napoli e il San Paolo erano solo contorno nel concerto di ieri sera, sul palco karaoke e luoghi comuni a buon mercato

08 giugno 2018

Stadio pieno, ascolti da capogiro e poca sostanza. Il concerto Pino è si è assestato molto al di sotto delle aspettative. Troppo lungo, con troppi ospiti, intermezzi evitabili, canzoni rovinate e monologhi discutibili. Anche l'organizzazione ha lasciato a desiderare. In più di un'occasione gli artisti hanno dovuto interrompere il discorso per attendere la fine della pubblicità su Raiuno e iniziarlo daccapo una volta in diretta. Chi si aspettava uno spettacolo imperniato sulla napoletanità di Pino Daniele è rimasto deluso. Il concerto è sembrato un omaggio alla seconda parte di carriera, quella post 1994, fatta di canzoni d'amore in italiano, tranquillizzanti per le platee nazionalpopolari. Non che la scaletta mancasse dei brani "storici", per carità, ma pezzi come 'O Scarrafone e Che soddisfazione sono state declassate a canzonette da karaoke. Della narrazione corrosiva e disincantata del "Nero a metà" prima maniera sono rimaste le battute tratte dalle interviste e i pochi passaggi nelle canzoni cantate (male) da interpreti che nulla hanno a che spartire con la parte di repertorio di un artista che era prima di tutto la voce di un popolo.

È sembrato quasi che lo spettacolo fosse un messaggio per Napoli: un tempo è stato vostro, ora appartiene a noi. Chi se ne frega se ha cantato il disagio della città negli anni Settanta, se ha messo in musica temi come la diversità e l'emarginazione. A chi importa spiegare al pubblico il significato di canzoni come Chi tene 'o mare. Meglio tenere buona la platea con qualche intermezzo con Troisi sul maxischermo e far salire sul palco una serie di persone che raccontassero quanto fosse bello Pino, quanto fosse buono e quanto fosse un grande amico. Un amico che gli aveva porto un assist irresistibile, salutando le sale polverose della Sanità, Santa Maria La Nova e i vicoli per trasferirsi prima nel Lazio e poi in Toscana. Lo ha sottolineato Enrico Brignano, che ha tenuto a rimarcare quanto Pino amasse Roma e quanto il quartiere Prati (quello dei palazzi monumentali di piazza Cavour e piazza Risorgimento) somigli a Capodimonte (?!) o alla Sanità (?!?). Dinanzi alle (sacrosante) bordate di fischi del San Paolo ha corretto il tiro, iniziando un'ammiccante e poco elegante serie di paragoni tra le due città e il nord, sciorinando parolacce e luoghi comuni. Meglio è andata a Edoardo Leo che ha raccolto una buona dose di applausi, facendo leva sulla bravura di Pino Daniele nel rendere il napoletano un linguaggio universale.

Mentre sul palco del San Paolo si avvicendavano le interpretazioni naif delle canzoni e i monologhi di artisti che neanche con tanta fantasia si riesce ad associare a Pino Daniele, sui social montavano le polemiche. Pino è è schizzato immediatamente tra i trend topic. Ma non per i complimenti. Gli internauti napoletani si sono lasciati andare all'ironia. «Le canzoni di Pino Daniele le può cantare solo Pino Daniele», «si starà rivoltando nella tomba», «ma come si può cantare in napoletano così?». Tutto giusto. Ma il problema di fondo è che lo spettacolo di ieri non era pensato per chi è cresciuto nei vicoli di Pino con gli stessi sentimenti nel cuore. Era una rassegna dal taglio televisivo, concepita per fare ascolti in prima serata. Fa nulla se i due artisti napoletani che vendono più dischi, Nino D'Angelo e Gigi D'Alessio, non sono passati neanche fuori il San Paolo. Mancava anche Lina Sastri. Erano amici di Pino ma poco importa. Bisognava veicolare un altro messaggio. Gragnaniello e Teresa De Sio si sono esibiti ben oltre la mezzanotte. Napoli non doveva ingombrare. Doveva metterci lo stadio, i napoletani pronti a cantare in coro, e basta. La napoletanità serviva come scenografia. Largo agli altri. Pino deve essere loro. Soprattutto loro.

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